Hasta el cielo, di Daniel Calparsolo

Correva l’anno 2002 e l’agente dell’FBI Tom Hanks inseguiva un giovane criminale che aveva il volto di uno sbarbato Leonardo DiCaprio dallo sguardo beffardo. Guardando Hasta el cielo, tra le decine di film dedicate a furti e poliziotti, a rapine e inseguimenti, è con molte probabilità Prova a prendermi il film che più riecheggia nella mente dello spettatore vedendo lo stesso sguardo beffardo negli occhi di Miguel Herrán, compiaciuto dopo averla fatta franca dalla polizia per l’ennesima volta.

L’attore spagnolo infatti presta volto e corpo ad Ángel, un giovane che dopo aver messo gli occhi sulla bella Estrella (Carolina Yuste) finisce per entrare in un gruppo di rapinatori, capeggiato del fidanzato di lei, Poli. Da quel momento, inizierà per lui una serie di spasmodici tentativi di arrivare sempre più in alto, rischiando con una posta in gioco ogni giorno più estrema. La strada che Ángel non è ovviamente rivestita d’oro, ma è anzi lastricata di menzogne, finzioni e rinunce come ogni carriera criminale che si rispetti. L’amore è come prevedibile il primo a risentire delle scelte del giovane, che si troverà a sposare Sole (Asia Ortega), figlia di un pezzo grosso del mercato nero e a dover rinunciare, almeno in un primo momento, alla ragazza che davvero ama, Estrella. I traffici di Ángel causano l’allerta della polizia che inizierà a seguire i casi nei quali il giovane è coinvolto, capeggiati dall’ispettore Duque (Fernando Cayo).

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Il personaggio di Miguel Herrán cresciuto nella ristrettezza economica nutre un odio nei confronti della parte benestante della città di Madrid palesato in una delle scene iniziali dove viene lamentato il fatto che dall’alto dei grattacieli dei ricchi il resto delle persone sembrano formiche. Ma proprio ad enfatizzare la chiusura del cerchio, sarà proprio lo stesso Ángel verso la fine a guardare gli altri dall’alto di un edificio, a sottolineare come in fin dei conti, il giovane abbia criticato esattamente il mondo a cui ha poi aspirato. Ed emblematico in questo senso è il nome del protagonista, Ángel, nomen omen che lo connette direttamente con le sue aspirazioni, il suo voler arrivare hasta el cielo. Ma come insegna il paradigmatico esempio biblico è proprio l’angelo più luminoso che alla fine finisce per cadere. Una ascesa costruita su una bulimica e insana voglia di oltrepassare i limiti come quella di Ángel non può portare che ad una caduta, giusta punizione per chi pecca di hybris. Quella del giovane è una caduta che viene più volte rimandata e sventata ma che alla fine finisce per farlo precipitare, trascinandosi dietro anche chi gli sta attorno (proprio come gli angeli caduti seguaci di Lucifero). Ed infine i nomi delle due donne attorno alle quali gravita Ángel, Estrella e Sole, sembrano proprio volti a rimarcare la connessione con i cieli.

Sempre meglio confezionati, sempre più simili agli standard americani, i prodotti spagnoli sembrano star facendo di tutto per diventare il futuro del cinema commerciale europeo. Girato tra Madrid, Ibiza e Valencia il film ha tutte le carte in regola tecniche per competere con le produzioni d’oltreoceano. Sulla scia dei successi delle produzioni Netflix come La casa di carta (non è certo un caso che sia Herrán che Cayo provengano da lì), le produzioni spagnole sembrano sempre più essere incentrate su certi stili e certe tematiche e su un voler emulare le grandi e sfarzose produzioni hollywoodiane. Forse è proprio questo svuotamento della sostanza per l’apparenza che non convince fino in fondo e se a livello puramente estetico non si può dire nulla ad Hasta el cielo, forse gli si può rimproverare proprio il suo voler portare a casa un compitino fatto bene, godibile e ben imbastito, ma che è il risultato di uno studio un po’ calcolato, troppo di testa e poco di pancia. E se vogliamo dirla tutta, potremmo persino rimproverarlo di averlo un po’ scopiazzato dal compagno di banco.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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