Headshot, di Niko Maggi

Un esordio che racconta il mondo del gaming con rara cura ma che non sa distruggere o integrarsi nel mondo su cui ragiona. Così brucia un’intuizione straordinaria e finisce con il fiato corto

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Chris è un abilissimo giocatore del videogame Headshot. I suoi successi gli hanno garantito il posto in una una prestigiosa squadra di e-sport ma con il tempo il ragazzo ha sacrificato all’altare del gaming amore, famiglia e amici, isolandosi sempre più nello spazio digitale. Quando lui ed altri giocatori partecipano ad una partita a Headshot nella vita reale, che si trasformerà ben presto in un gioco al massacro con armi vere, Chris si renderà conto che la sua personale resa dei conti è vicina.

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È un esordio coraggioso, Headshot, perché certo confronto così serrato tra spazio analogico e digitale è un terreno minato su cui ragionare, apertamente teorico, che già chiede tanto non solo al pubblico ma anche a chi lo gestisce, pronto a entrare a gamba tesa in uno spazio che potrebbe ribellarsi o invalidare i suoi ragionamenti da un momento all’altro.

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Forse anche per questo, in un primo momento Headshot fa fatica a trovare il suo spazio, rallentato dai soliti limiti di qualsiasi esordio, da una ragnatela di riferimenti che rimastica e rilancia sulla scena tutta una serie di riferimenti senza mai ragionarci davvero sopra (da Hunger Games ai Battle Royale videoludici passando per il bel Gamer), da una struttura narrativa sempre troppo chiusa in sé stessa, che per risparmiare tempo, per mantenere l’attenzione alta, sacrifica intere sequenze che avrebbero potuto portare il racconto su svolte impreviste, o, perlomeno dargli il respiro che a volte sembra cercare con tutto sé stesso. Oppure Maggi, semplicemente, non ha ancora deciso se essere un Apocalittico o un Integrato, evidentemente affascinato com’è dal medium su cui riflette.

Così Headshot si rivela un film paradossale, che nel criticare l’elemento effimero dello spazio digitale lo racconta con una straordinaria cura del dettaglio ed un’attenzione rari ai rituali, al linguaggio ma anche agli spazi in cui si esprime. In questo modo, tuttavia, il meccanismo si inceppa quasi subito, il film pare intrappolato da una continua riproposizione del linguaggio visivo della gamification che, per quanto appassionata, non riesce mai ad andare oltre i classici droni o soggettive con la GoPro.

Headshot

Ma forse il problema è in un’ambizione lucidissima, definita, che però non riesce mai a prendere davvero corpo. Perché in realtà la linea di Headshot pare chiara fin da quell’improvviso, inatteso piano sequenza in apertura, che segue uno dei personaggi dentro e fuori l’arena dell’ennesimo torneo videoludico, tra il palco ed il backstage. È davvero una dichiarazione programmatica, basta, in fondo, la ripresa in un tempo il più possibile reale perché Headshot prenda una posizione chiara in merito allo scontro analogico vs digitale, lasciando che sia l’occhio della macchina da presa a catturare quella realtà da cui sembriamo sempre più distanti.

Ma è un’andatura difficile da mantenere. Maggi è sempre molto presente in scena, il suo è un approccio fisico, tra primissimi piani e attenzione al dettaglio nelle sequenze più dinamiche ma è anche incostante. A volte si distrae, si disperde nella gamification, si adagia sui tempi dilatati di uno script che mal si adatta al suo sguardo. Così il piano sequenza viene impiegato sempre meno, sottolinea gli spazi, il peso emotivo dei dialoghi ma manca sempre il vero exploit attraverso cui dispiegare il suo potenziale.

È probabile che il sistema se ne renda conto.

Improvvisamente, nell’ultimo atto, scopre una brutalità senza speranza che fa buon gioco al sistema, che accoglie quella violenza come se attraverso di essa continuasse quel contatto con il reale che il linguaggio non riesce più a garantire davvero.

Ma è evidentemente troppo tardi. Il film ormai ha il fiato corto, scalcia, si lancia in un ultimo appassionato sprint ma è chiaro che tutto rimanga ormai in sospeso nel fuoricampo, quasi che in quell’epilogo iniziasse un altro racconto per immagini, forse meno ambizioso ma più solido negli intenti, ma che, al contempo, noi non vedremo mai.

 

Regia: Niko Maggi
Interpreti: Alessandro Bedetti, Virginia Diop, Demetra Bellina, Francesco Bertozzi, Alessandro Rossi
Distribuzione: White Lion Media
Durata: 92′
Origine: Italia, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.6
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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