Helen Mirren, la seduzione della versatilità

L’attrice britannica ha esordito a 75 anni nel mondo del videoclip con “La vacinada” di Checco Zalone. Ne ripercorriamo la lunga carriera, partita dal teatro ma sempre pronta a reinventarsi.

Fottutamente scandaloso”. Così Helen Mirren commentava, in un evento del 2017 organizzato dal sito statunitense The Wrap, un caso di ageism (generalmente inteso come discriminazione degli anziani, più che comune nell’industria audiovisiva soprattutto per quanto riguarda le attrici). Quindi, dietro al sorriso radioso dell’attrice britannica, a 75 anni al suo esordio nei videoclip, in La vacinada di Checco Zalone è naturale coglierci una nota di soddisfazione. Non solo quella di essere considerata una pugliese d’adozione; possiede infatti una masseria nella quale torna periodicamente. C’è anche quell’appagamento di tenersi stretta quella sensualità sulla quale molti hanno cercato di appiattirla per lunghi anni, tentativi ai quali ha sempre risposto sia con il talento cristallino, sia con risposte taglienti in grado di smascherare il proprio interlocutore, come sperimentato da Michael Parkinson nel 1975.

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D’altronde la presenza fisica è uno degli elementi con i quali Helen Lydia Mironoff, cognome ereditato dal padre russo e anglicizzato in Mirren, ha dovuto confrontarsi fin dagli albori della carriera attoriale, cominciata in teatro. Nata nel 1945, a 18 anni entra nel National Youth Theatre recitando due anni dopo in Antonio e Cleopatra interpretando quest’ultima. Il contatto con il mondo shakespeariano non è solo il trampolino di lancio – grazie a questo primo successo conosce infatti l’agente Al Parker – ma una costante della sua carriera, tanto in quella teatrale che in quella cinematografica. Esordisce sul grande schermo nel 1967 con Herostratus di Don Levy e l’anno successivo compare nel ruolo di Hermia nell’adattamento di Sogno di una notte di mezza estate diretto da Peter Hall.

Da quei primi esordi, la carriera di Helen Mirren decolla, facendola partecipare ai più disparati tipi di produzione. Da opere pionieristiche del free cinema (O Lucky Man! di Lindsay Anderson) a film di genere (2010 – L’anno del contatto di Peter Hyams, seguito del film di Kubrick), passando per il cinema erotico (Caligola di Tinto Brass) e il noir (Quel lungo venerdì santo di John Mackenzie). Sul set trova anche l’amore, conoscendo prima Liam Neeson durante le riprese di Excalibur di Boorman, poi il marito Taylor Hackford, da cui venne diretta nel 1985 in Il sole della mezzanotte e col quale è sposata tutt’ora. Il film che forse sussume perfettamente questa sua prima parte di carriera è forse Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway. La sua Georgina mescola intensità, erotismo, emotività esplosiva e teatrale e micro-espressività, creando un’interpretazione tragica, dolente, ma soprattutto sovversiva.

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L’incredibile versatilità, comunque, le permette di non abbandonare mai il teatro, collaborando con il Royal Court Theatre e facendo il suo esordio a Broadway nel 1994 a fianco di John Hurt e Joseph Fiennes portando in scena Un mese in campagna di Turgenev. È proprio in quegli anni in cui cominciano a fioccare i primi riconoscimenti, però, che l’attrice fa una scelta estremamente coraggiosa: decide di lavorare con una certa continuità in TV. Quando il mezzo televisivo era ancora dai più visto come un cimitero degli elefanti per attori che non avevano più nulla da dire al cinema, accetta il ruolo di protagonista di Prime Suspect. La miniserie, di cui ogni stagione è composta da due episodi lunghi, quasi come fosse un film tv a puntate, andrà avanti per sette stagioni, con diversi importanti riconoscimenti, come un Emmy, andati all’attrice.

La propensione al cambiamento si accentua negli anni Duemila: accanto a ruoli di personaggi storici e di film in costume (The Queen, per il quale vince la Coppa Volpi a Venezia e l’Oscar nel 2006, andando oltre la sua formazione fortemente anti-monarchica, ma anche Gosford Park di Altman) in linea con la prima parte della carriera, l’attrice vira anche verso nuovi lidi. Si reinventa doppiatrice (da Il regno di Ga’Hoole fino al recentissimo L’unico e insuperabile Ivan), ma soprattutto eroina (o cattiva) dei film d’azione, partecipando anche a grandi franchise come RED e Fast & Furious. Guardando retrospettivamente la sua carriera, allora, sembra opportuno cogliere quella multimedialità, quella pervasività che sa di lungimiranza. Un’attenzione al futuro che l’ha sempre portata a reinventarsi con coraggio, con speranza di adattarsi ai tempi per poterli cambiare. E in attesa di vederla nel nono capitolo della saga, in uscita il 12 luglio, per chiudere il cerchio, non si può che augurarsi di vederla esordire in un videogioco.

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