Herschell Gordon Lewis: cineasta di estremi

Alfiere dello splatter, padrino del gore, antesignano della violenza sul grande schermo… negli anni gli appellativi tributati a Herschell Gordon Lewis si sono sprecati, con il regista che li accoglieva sornione, quando non propriamente orgoglioso, certo com’era che in qualche modo il suo nome continuava a circolare fra gli addetti ai lavori e gli appassionati, nonostante la macchina da presa fosse ormai appesa al chiodo – anche se negli ultimissimi anni aveva ricominciato a girare qualcosa.

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La natura estrema del suo cinema, però, non era soltanto legata agli eccessi sanguinolenti dei vari Blood Feast, 2000 Maniacs o The Gore Gore Girls, ma anche alle reazioni agli antipodi che la sua figura continuava a suscitare. Si va dal laconico giudizio dei Cahiers du Cinema, “Soggetto meritevole di ulteriore analisi” (“è ciò che si dice del cancro” fu la sua risposta), al giudizio tranchant di un Maestro come John Carpenter (“Quello è cinema da dilettanti”) alle apologie di John Waters (“persino i [suoi] peggiori film sono infinitamente più interessanti di Quarto Potere”), fino all’insospettabile stima di Wes Craven, che in Sotto shock rimette in scena l’icona del killer zoppicante di Blood Feast – d’altra parte un elemento lega il passato di Lewis a quello del regista di Nightmare, entrambi erano stati insegnanti prima di dedicarsi al cinema.

In effetti, anche dopo tanti anni, la figura di Herschell Gordon Lewis resta difficile da incasellare, storicamente e criticamente: troppo in anticipo sui tempi per intercettare quegli umori in grado di trasformare l’idea in nuovo genere, come accadrà con il Romero de La notte dei morti viventi, realizzato cinque anni dopo il 1963 di Blood Feast – e anche qui c’è un elemento in comune fra i suoi autori, ovvero i trascorsi nel settore dei film industriali e della pubblicità; e troppo stilisticamente tirate via le sue opere, incapaci di creare una forma che sia nuova estetica, stupiscono per la loro sfacciataggine grafica, spesso ridimensionata dalle lungaggini del montaggio e dell’esposizione delle frattaglie, che peraltro lo stesso regista rivendicava come cifra autoriale (“ho sempre privilegiato un gore intensivo piuttosto che estensivo… ancora oggi non conosco produttori che abbiano avuto il coraggio di indugiare sulle inquadrature a lungo come facevamo noi”).

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I suoi film restano perciò degli esperimenti isolati, pur all’interno di una produzione che si dimostrerà suo malgrado coerente nella continuità e tutto sommato fedele alla sua idea di cinema povero e fatto per soldi, insieme al sodale produttore David F. Friedman, ma che sotto la cenere rivela uno sguardo sapientemente provocatore e attento a dialogare con il suo pubblico con una scaltrezza non facilmente sospettabile: si pensi a 2000 Maniacs (1964), che il regista considerava non a torto il suo capolavoro. La provocatoria dialettica lewisiana accompagna le sue frattaglie a un’operazione arguta di rivisitazione di un capolavoro come Brigadoon, con il paese incantato (ovvero maledetto) che riemerge periodicamente nel tempo. E già in Blood Feast la novità dell’elemento exploitation più crudo si accompagna a una storia passatista di culti egizi nell’America contemporanea.

bloodfeastIl rapporto con il tempo e con la percezione del visibile diventa così una costante nella sua produzione e l’elemento che più di ogni altro aiuta a intercettare un sentire autoriale: in The Wizard of Gore (1970) i numeri di un illusionista hanno un effetto reale sui corpi delle malcapitate vittime; in Color Me Blood Red (1965) un pittore usa sangue autentico per rendere più efficaci i suoi quadri; Lewis sembra in qualche modo credere e riflettere sui limiti della visione che pure contribuisce a spostare sempre più avanti, con quel divertimento, ancora una volta, sornione di chi vuole creare scompiglio, pur consapevole della natura assolutamente ludica delle sue operazioni – al punto che in The Gore Gore Girls (1972) un capezzolo reciso finisce per produrre latte e caffè.

Il tempo e la frequentazione dei generi più “bassi” della produzione da Drive-in – dall’horror, al nudie, ai biker movies, fino ai tentativi nella fantascienza e al western – finiscono naturalmente per dargli ragione, ma ancora una volta in una forma estrema: il folle cineasta che faceva inviperire i censori resta una figura di culto per pochi, e smette di girare, scrive libri di economia per aspiranti venditori e uomini in carriera, fino al tardo ritorno dietro la macchina da presa. Un suo film del 2009, The Uh-Oh! Show vede i concorrenti di un reality show uccidersi a vicenda quando le risposte alle domande sono sbagliate: idea perfetta per i tempi in cui viviamo, ma il film resta un invisibile, come d’altronde lo è un po’ tutta la sua produzione, ancor più nel nostro paese dove si ricordano solo sporadici passaggi sulle pay tv di un paio di pellicole e forse un paio di uscite DVD. Non a caso qualcuno, a sentir lui, lo credeva già morto da tempo, mentre lui, sempre sornione, ha continuato a dire la sua fino ai novant’anni d’età. Anche questo, in fondo, è un altro estremo toccato dalla sua peculiare vita e carriera.

(Le citazioni di Herschell Gordon Lewis provengono dal volume “Sparate sul regista! Personaggi e storie del cinema di exploitation”, di Alberto Farina, Edizioni Il Castoro, 1997)