Herself, di Phyllida Lloyd

Non un film corale, ma di comunità, in cui si intersecano voci ed esperienze, soggettività ferite che si incontrano, traendo beneficio dalla reciproca condivisione. Il ritorno di Phyllida Lloyd

Verso la fine di Herself, Conleth Hill fa riferimento a un certo heavy methal, un termine irlandese (e un doppio senso con il genere musicale) che indica quel profondo senso di comunità che spinge le persone ad aiutarsi a vicenda. Il significato del film sta tutto lì, in quella cooperazione tra persone comuni, un mutuo aiuto che riesce a colmare le lacune di un sistema burocratico ingolfato, a dare supporto in assenza di aiuti statali, a creare spazi di ascolto di fronte all’ottusità istituzionale. Herself racconta la storia di Sandra, sposata ad un uomo violento dal quale riesce a fuggire con le due figlie piccole. Assistita dai servizi sociali, per ovviare alle lungaggini dell’iter di assegnazione delle abitazioni decide di costruirsi una casa da sé. In suo aiuto interviene Peggy, la sua datrice di lavoro, che mette a disposizione i propri soldi e il terreno sul retro del suo giardino. Coinvolgendo un variegato gruppetto di persone, Sandra riesce a realizzare un nido sicuro per sè e le sue bambine, facendo al contempo fronte alle minacciose ingerenze dell’ex marito.

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Dopo quasi dieci anni, la regista di The Iron Lady e Mamma Mia! torna dietro la macchina da presa per raccontare una donna qualsiasi, madre amorevole e moglie tormentata, divisa tra responsabilità e desiderio di riscatto. Ad accompagnare Phyllida Lloyd nell’impresa c’è Clare Dunne nella doppia veste di sceneggiatrice (insieme a Malcolm Campbell) e protagonista, conosciuta principalmente per il suo lavoro in teatro, dove ha collaborato proprio con Lloyd ad una rivisitazione di Shakespeare in chiave femminile.

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Ma Lloyd non vuole raccontare solo di abusi e resilienza. Sarebbe infatti riduttivo bollare Herself come un film di empowerment femminista, con tutta la retorica che si porta dietro questa etichetta. Scena dopo scena infatti, entrano in campo altri personaggi con le loro storie e Lloyd è abile nel tendere i fili con equilibrio e misura, evitando i cliché e riuscendo a dare la giusta profondità ad ogni prospettiva. Ecco allora che a Sandra si affianca Aido, costruttore esperto e di buon cuore che ha un figlio con sindrome di Down, la generosa Peggy, donna tutta d’un pezzo che convive col dolore di una perdita, oppure Jo, l’avvocatessa di Sandra che si batte senza sosta per far valere i suoi diritti. Non un film corale, ma di comunità, in cui si intersecano voci ed esperienze, soggettività ferite che si incontrano, traendo beneficio dalla reciproca condivisione.

Herself è senza dubbio un film di denuncia, che vuole porre l’attenzione su un tema oggigiorno centrale come la violenza di genere e le ulteriori difficoltà che donne letteralmente spezzate si trovano ad affrontare per potersi ricostruire. Ma Phyllida Lloyd ribalta i canoni della narrazione, trasformando le vittime in protagoniste determinate a farsi ascoltare, pronte a ripartire da zero facendo spesso leva solo sulle proprie forze, in attesa di aiuti concreti da parte della società civile e delle istituzioni.

E sul finale Herself fornisce la chiave di volta: il futuro che verrà sta tutto nei gesti, in quelle piccole mani che si danno da fare seguendo l’esempio e la guida dei grandi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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