High Fidelity, la serie

“La musica sentimentale ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.”  Nick Hornby – Alta Fedeltà

“Le playlist sono digitali, ma i cuori spezzati da uomini e donne incoscienti sono ancora scomodamente e dolorosamente analogici.”  Nick Hornby – su Rolling Stone (a proposito della serie tv)

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“Forse si amano proprio da quel tremendo momento in cui hanno sentito l’impossibilità del loro amore. Si amano, ora, perché si sono già lasciati.” Pier Vittorio Tondelli – L’Abbandono

 

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Alta fedeltà, il primo e forse il maggior successo di Nick Hornby, ha 25 anni e racconta la storia di Rob, il proprietario di un negozio di dischi che cerca di riprendersi dalla fine di una storia d’amore. Apparentemente si direbbe un romanzo non attualissimo; è lo stesso Hornby ad ammetterlo scherzosamente nella prefazione scritta per la ristampa del ventennale del libro: “Il romanzo ormai ha vent’anni e le innovazioni tecnologiche degli ultimi quindici possono senza dubbio farlo sembrare un libro in cui si parla di fabbri, lattai o tutte quelle altre professioni che nel mondo moderno si sono estinte. […] Eppure i lettori, alcuni così giovani da non aver mai posseduto nemmeno un disco, continuano a scoprire il libro e a sentirsi vicini alla storia. In parte perché alcune vecchie abitudini si sono dimostrate incredibilmente durature”.

Le “vecchie abitudini” di cui parla Hornby non sono solo legate alla stoica resistenza del vinile come mezzo di fruizione della musica, ma soprattutto alla dolorosa abitudine di uomini e donne di spezzarsi il cuore e di provare a lenire questo dolore con la musica.

Certo, per proporlo al pubblico delle serie, il romanzo andava “svecchiato” e si è scelto di farlo “stravolgendolo”: trasformando il suo protagonista in una donna (Zoë Kravitz è perfetta nel ruolo della tormentata con un look praticamente identico a quello della madre, Lisa Bonet, nella sua interpretazione di Marie nel film tratto dal libro nel 2000) e arricchendo la serie con nuovi personaggi (Clyde) assenti nel libro. Se il romanzo era centrato su Rob, sulla sua sofferenza e sul suo processo di maturazione, la serie introduce nuovi elementi di riflessione, come ad esempio: i profondi stravolgimenti con cui la tecnologia è entrata nelle relazioni contemporanee: le app di dating, la facilità di controllo della vita sociale altrui, l’essere praticamente sempre raggiungibili.

Il maggior respiro della serie consente anche di introdurre sottotrame che danno maggiore spessore ai comprimari del racconto: i dipendenti del negozio di dischi di Rob, che qui diventano Cherise e Simon, o il fratello di Rob (Cameron), anche lui non presente nel libro; oppure di introdurre nuove scene: come ad esempio, l’imbarazzante incontro a 4 fra gli ex (Rob e Mac) e i nuovi compagni (Clyde e Lily). Le scene cult del film, tuttavia, rimangono: come la scena della “canzone vendi dischi” (che nel film era dei Beta Band, mentre nella serie è affidata a Swamp Dogg) e in alcuni casi si moltiplicano: come, ad esempio, l’incontro tra Rob e Lily che, rispetto all’incontro tra Rob e Ray nel film, si raddoppia, mantenendo sempre i divertenti finali alternativi.

Come nel libro, anche nella serie, la musica è ancora protagonista, è ancora il linguaggio del cuore, quello a cui ricorrere per parlare con l’altro “usi la poesia di un altro per esprimere quello che senti, ed è una faccenda delicata”, ma anche con se stessi. Certo, la musica è cambiata tanto in questi 25 anni, ma la serie riesce a fare al meglio quello che possono fare gli ascoltatori di oggi con le varie piattaforme musicali: unire vecchio e nuovo (d’altra parte la “retromania” è ormai una caratteristica della fruizione musicale da almeno vent’anni), bianco e nero (era ovvio aspettarsi che, visto il contesto sociale della serie, la black music avrebbe avuto un ruolo determinante), e mettere, magicamente, ogni tassello al suo posto: Bowie con Aretha, gli Stiff Little Fingers con i Boyz II Men, i Fleetwood Mac e Frank Ocean.

Saranno pure passati 25 anni, Robert è diventato Robyn, non siamo più a Londra ma a Brooklyn, ma Alta Fedeltà continua a prenderci per mano per portarci ancora a cercare l’amore nel fruscio fra le tracce o in quegli alti e bassi tagliati dalla compressione in mp3, e dalla memoria con la quotidianità, per condurci prima di tutto a capire chi siamo, se vogliamo capire cosa vogliamo.