His House, di Remi Weekes

L’horror ha sempre avuto uno spirito sociale: His House continua il filone in un melting pot tra tema reale contemporaneo e sovrannaturale, una storia su cosa significa essere rifugiati. Su Netflix

Fin dalle sue origini greco-romane, ove si reggeva sul terrore incusso da creature mitologiche, a oggi, dov’è si è stratificato ed espanso verso una miriade di sottogeneri, l’horror è stato forse il genere narrativo che ha subito più trasformazioni.
In genere le storie dell’orrore hanno come tema fondamentale il terrore della morte, o comunque la paura in generis, sia essa razionale o irrazionale; oppure quello di incutere un profondo senso di repulsione, shock e ribrezzo, mostrando un male che spesso prevale sull’umanità. Che questi elementi siano requisiti perché una storia possa essere considerata propriamente horror è indice della maggior complessità di questo genere rispetto a quanto si possa pensare inizialmente, considerando il quanto spesso indaghi l’umanità dal punto di vista psicologico, sociale e politico, usando la paura per mettere a nudo il vero animo delle persone.

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Ci si stupisce ed esalta per l’horror sociale quando ci si trova davanti a un film come His House, ed è abbastanza immediato pensare a Jordan Peele e al suo lavoro con l’horror contemporaneo inclusi i suoi sottotesti politici; ma così facendo ci si dimentica che il genere è sempre stato sociale, con lo stesso primo capolavoro espressionista tedesco, Nosferatu, in cui la critica vide nel film il riflesso dell’instabilità sociale e politica del tempo, vedendo la figura di Dracula come la rappresentazione delle paure collettive; o come con Frankenstein e il suo scavare nella psiche e nelle paure umane più primordiali quali quelle dell’abbandono e della perdita e della solitudine, o il Godzilla nipponico, nato come simbolo del terrore e degli effetti delle armi nucleari, o ancora l’Invasione degli ultracorpi, che esplicitava la paura degli americani per il comunismo. E ancora Carpenter con l’oppressione del sistema capitalista americano e dei media, La notte dei morti viventi di George A. Romero con l’eterna autodistruzione insita nell’uomo (oggi riportata al contemporaneo mondo dei social dall’horror ironico di Jim Jarmusch, I morti non muoiono); toccando il politico con Wes Craven, e horror come critiche sociali con la filmografia di The Ring o più improntati sulla moralità come Il Buco; arrivando a Quella Casa nel Bosco di Drew Goddard incentrato sulla teoria del complotto e appunto ai film di Jordan Peele, Scappa – Get Out e Noi, rispettivamente una critica verso una società razzista e un’esposizione sull’avvento del populismo in America.

Presentato in anteprima al Sundance Film Festival e distributo da Netflix, His House, film d’esordio di Remi Weeks tratto da una storia di Felicity Evans e Tobey Venables, ha come protagonisti una coppia di rifugiati sudanesi che hanno chiesto asilo politico in Inghilterra e si vedono finalmente assegnare una casa, seppur con un anno di attesa. Dopo aver affrontato il trauma della guerra ed essere sopravvissuti per miracolo nel tragitto via mare – apparentemente insieme alla figlia Nyagak, rimasta però vittima durante la traversata – Bol e Rial hanno nuovamente un tetto sulla testa, sebbene sia sporco, maleodorante, necessiti di mantenimento e, tra le altre cose, anche infestato da una presenza inquietante, che inizia a tormentarli. La ricerca di una vita migliore in Europa viene resa più difficoltosa dalla burocrazia: per esempio il loro assistente sociale (Matt Smith) li avverte di comportarsi nel miglior modo possibile e seguire rigidamente determinate regole per non essere espulsi dal paese. Per Bol è più facile cercare di uniformarsi al modo di vivere europeo, mentre per Rial è più complicato dimenticare la sua cultura e il suo passato.
Un malessere il loro destinato ad ampliarsi: non bastano tutti i traumi “umani” che hanno vissuto, ci si mette anche la loro stessa dimora – ottenuta con tanta pazienza e dolore – a ostacolare quella ricerca di pace e serenità. Per quanto abbiano provato a rendere quel tugurio il loro luogo sicuro, un posto caldo e confortevole, persino quella stessa casa gli si è rivoltata contro; ma grazie al suo attaccamento alla cultura africana Rial non impiega poi tanto a capire quale sia l’origine del male presente nella loro dimora. Crede infatti che una entità della notte, una strega di nome Apeth, che si nutre delle loro anime e del loro senso di colpa, li abbia seguiti sin dal Sudan per fargli ripagare un loro debito; spiega quindi a Bol che questo spirito consuma quegli uomini che fanno qualcosa di malvagio. Inizialmente non è facile per gli spettatori capire cosa mai abbiano potuto commettere i due per meritarsi questa punizione, viste le angherie subite, ma man mano che la storia prosegue vengono fuori tutte le loro paure e insicurezze, addirittura mettendone in dubbio la bontà – soprattutto quella di Bol, che tenterà in tutti i modi di scacciare la presenza bruciando innanzitutto ogni oggetto portato con loro durante il viaggio e provando anche a cercare un nuovo alloggio, seppur invano.

Stavolta non ci sono dubbi sul se questa presenza sia o meno reale, ma anzi lo spettatore ne è certo; ciò che si va a indagare è invece il perché questo spettro abbia preso di mira proprio due superstiti dalla vita travagliata. Un altro cambiamento è relativo alla casa infestata, visto che ad essere infestata non è tanto l’abitazione di per se ma il passato dei suoi abitanti. Ciò che viene minacciato è proprio la loro serenità, la speranza di avere un posto sicuro, la prima e ultima gioia della coppia; cosa aggravata dal loro non trovarsi semplicemente in una nuova casa, ma in una nuova terra, diversa e ignota, lontani dalle loro stesse radici. Se in Italia si è parlato tanto di riportare alla gloria il genere puntando tutto sulla magia e i misteri del sud, con His House si prova a mettere in scena il folklore africano con rimandi alle leggende e misticismo.

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In un certo senso il film si divide in due racconti: da una parte la tragedia umana vissuta in prima persona da due rifugiati, di cui ne viene mostrato per intero il percorso, dal cercare di sfuggire ai proiettili fino alla burocrazia inglese; e dall’altra viene sviscerata nel contesto horror attraverso una creatura sovrannaturale, mostrando i tormenti dei personaggi e un altro tipo di terrore. Seguendo le fila delle due tipologie di racconto insite nella trama si passa da scene quiete e profonde ancorate nella realtà a jump scares anche artigianali talvolta efficaci, creando un ambiente semplice ma piuttosto inquietante. È quindi un film che affronta intelligentemente tutte le paure, sia quelle razionali che quelle più irrazionali, diventando al contempo un esercizio di genere e una denuncia alla situazione attuale sul fronte immigrazione. Denuncia questa che avviene attraverso battute sottili, fatte dagli assistenti sociali o anche dai normali cittadini inglesi, ma soprattutto tramite immagini visionarie e visivamente potenti che focalizzano l’attenzione sul problema in modo chiaro.
In His House ciò che conta di più non è tanto mostrare quanto abbiano sofferto durante il viaggio quanto far capire a chi non ha vissuto tali tragedie che la sofferenza continua anche dopo lo sbarco in Europa, tra i sensi di colpa, un passato che non va via, il trauma di un’esperienza atroce. La ricerca della pace è ostacolata, forse per sempre, dal loro dover combattere con i propri demoni e con la loro stessa sopravvivenza – perché il fatto che siano sopravvissuti loro significa che altri non hanno potuto.

Quello che i rifugiati, gli immigrati, chi scappa dalla guerra vivono sulla propria pelle è un orrore a tutti gli effetti, ed è reale. In quest’horror infatti il sottotesto umano è sempre presente. In questo viaggio tra il reale e il sovrannaturale Rial e Bol dovranno fare i conti con loro stessi, con il loro passato e con le scelte che hanno dovuto fare – e contro una vita che li ha portati a prendere certe decisioni, spingendoli ad andare contro sé stessi; il focus infatti resta sempre puntato verso la loro lotta interiore.

Sfruttando il tema abusato della casa infestata, viene messo in scena un meccanismo di rivelazione e riflessione per mostrare cosa succede all’interno delle mura – siano esse fisiche o metaforiche – di queste persone richiedenti asilo.
Ricollegandosi quindi ai film sopracitati, l’horror è un mezzo per rivelare la psiche dei personaggi, scandagliandone l’animo e mettendo in luce problemi sociali, morali e politici. In tal senso si ritorna così all’horror più puro, ovvero il dar forma alle proprie paure intime e personali e al doverle sconfiggere. Dopotutto, per quanto alla fine riescano a liberarsi della minaccia sovrannaturale, la strega o spirito maligno Apeth, rimangono gli spettri che popolano la casa. Questo perché non sono altro che i fantasmi di quelli che non ce l’hanno fatta, come esplicato nella bellissima e angosciante scena finale.

Titolo originale: id
Regia: Remi Weekes
Interpreti: Sope Dirisu, Wunmi Mosaku, Matt Smith, Javier Botet
Distribuzione: Netflix
Durata: 93′
Origine: USA, UK – 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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