History is Conspiracy? Il fascino indiscreto del complottismo

Real Enemies, performance multimediale di Isaac Butler e Peter Negrini su musiche di Darcy James Argue: dai Rettiliani ai frigoriferi della Raggi, quanto affascinano le teorie cospirazioniste?

Cosa hanno in comune il Watergate con i Rettiliani? Le tracce multi tonali di Real Enemies, terzo album dei Darcy James Argue’s Secret Society serpeggiano in un andirivieni di suggestioni, che rievocano le atmosfere cospirative parte integrante del composito background culturale americano. La nuova fatica dell’ensemble di 18 strumenti guidata dal compositore jazz Darcy James Argue, pubblicata lo scorso 30 settembre, si ispira infatti all’omonimo libro di Kathryn Olmsted, che indaga il fenomeno delle teorie complottiste dal primo Dopoguerra ad oggi, intersecando alle tracce musicali la lettura di alcuni brani da The Paranoid Style in American Politics di Hofstadter. “Credere nelle cospirazioni è uno degli aspetti che definiscono la cultura moderna. Trascende le divisioni politiche, economiche o di altro genere” scrive il regista Isaac Butler, che ha curato il progetto di Real Enemies nella performance multimediale del 2015 insieme al designer Peter Negrini.

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Lo spettro suggestivo e tonale che si addensa lungo i 14 brani dell’album riempie di tensione e suspense, lungo altrettanti riferimenti “di genere”, dalla minaccia di dispotismo di Re Giorgio III contenuta nella Dichiarazione d’Indipendenza, al progetto di controspionaggio dell’FBI (il cosiddetto COINTRELPO) – che avrebbe infiltrato agenti segreti all’interno dei movimenti radicali e anti-governativi degli anni ’60 – via via fino alla teoria secondo la quale gli alieni, i Rettiliani, avrebbero preso il controllo dei principali posti di potere mondiali. A contribuire alla creazione di questa particolare quanto disturbante atmosfera, sono presenti anche riferimenti cinematografici: le colonne sonore di Small per Perché un assassinio (1974) e di Shire per Tutti gli uomini del Presidente (1976), entrambi di Alan J. Pakula. robert redford in i tre giorni del condorIl cinema è da sempre legato a doppio filo al mare magnum delle teorie complottistiche, e sono davvero numerosissimi i titoli cult tra i conspiracy movie: I tre giorni del Condor (1975), Capricorn One (1977), Essi vivono (1988), JFK – Un caso ancora aperto (1991), Sindrome cinese (1979), The Manchurian Candidate (1962 e 2004), Nemico Pubblico (1998), The Insider (1999), The Matrix (1999), Syriana (2005), o Il Codice da Vinci (2006) – e l’elenco potrebbe allungarsi ancora molto-, fino al recentissimo Snowden (2016), sullo scandalo Datagate, che catapulta il ragno cospiratore dentro la realtà delle nostre case, nella nostra intimità.

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matrixLa tendenza a voler guardare dietro alla realtà, a cercare i fili che ci muovono come marionette all’interno di un disegno globalmente prestabilito, da sempre suggestiona folti gruppi di persone tra passato, presente e futuro, aizzando un’inquietudine verso tutto ciò che non si vede, ma che potrebbe esserci, che i vari scandali politici venuti alla luce nel corso della storia non fanno che alimentare. Basti pensare (fermandoci alla sola storia americana) all’Operazione Northwoods (piano che avrebbe giustificato un attacco militare a Cuba, nell’epoca JFK, attraverso una serie di attentati), al nixoniano Watergate o al reaganiano Irangate. Tutti percorsi che portano dritti dritti alla Casa Bianca, così dove sembra stesse andando prima di morire quel Vester Flanagan ex reporter che nell’agosto 2015 si era filmato mentre uccideva due ex colleghi, durante una diretta, in un paesino della Virginia. Una storia nella quale alcuni hanno visto l’impiego di attori assoldati dal governo per manipolare la spinosa questione delle armi da fuoco, così come era già successo ad altri casi precedenti che coinvolgono l’uso di armi. Insomma, un ciclo continuo che non fa che (auto)alimentarsi, avendo oramai posto da tempo le basi di una sfiducia che si reitera di continuo. Soprattutto quando la realtà raccontata appare ambigua, troppo ambigua per essere tutta lì: dal finto allunaggio alle teorie sull’attentato dell’11 settembre il passo sembra breve, tra gli evergreen Illuminati, i riferimenti ai Rettiliani o all’#HAARP – un’istallazione in real-enemies-pg-2Alaska, a controllo governativo, costruita per studiare la ionosfera, che servirebbe come arma elettromagnetica per controllare i terremoti e il clima tramite scie chimiche; l’hashtag continua ad essere aggiornato dagli utenti benché la base sia stata chiusa nel 2013 -. Anche noi italiani del resto non possiamo dirci immuni al fascino virale del complottismo, se nella nostra storia occulta(ta) si avvicendano i vari casi Moro, Mattei, Ustica e P2… fino ad arrivare al “complotto dei frigoriferi” denunciato dal sindaco di Roma Virginia Raggi, e alle numerose speculazioni, teorie cospirative e bufale sul recente terremoto nel Centro Italia, rimpallate da un social all’altro negli ultimi giorni, tra le accuse della senatrice pentastellata Blundo (che ha accusato il governo di aver truccato la magnitudo), alle (di nuovo) tanto incomodate scie chimiche. Insomma, una malattia, il complottismo, che sembra affliggerci tutti, propagandosi con l’appeal irresistibile del non detto, non visto, non spiegato. Ma alla fine si tratta davvero di una malattia? O più di uno status costitutivo? “History IS Consipracy”, recita la voce nel brano Who do You Trust di Real Enemies, e in effetti, si sa, sono i vincitori che (ri)scrivono la Storia. D’altronde il raccontarsi “storie” è insito nella natura umana. È questa propensione all’artificio, ad alterare e rimodellare la realtà a proprio uso e consumo ciò che probabilmente distingue l’uomo dagli altri animali. E che crea quell’inevitabile e inestricabile paradosso di ciò che chiamiamo reale: dove immaginario, materiale e virtuale si sovrappongono tanto, che il burattinaio non fa che inseguire la propria schiena.

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