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Festival del Cinema di Porretta Terme. Intervista a Margarethe Von Trotta

In occasione della consegna del Premio Elio Petri al Festival del Cinema di Porretta, abbiamo incontrato la regista berlinese accompagnata dal suo amico e collega Felice Laudadio

Photo by Martin Kraft License: CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

«Penso che Petri sia stato uno dei più importanti, ma anche per noi stranieri, che abbiamo imparato tanto dell’Italia guardando i suoi film». Così Margarethe Von Trotta si presenta al Festival del Cinema di Porretta, piccolo centro termale emiliano dove il grande regista volle presentare in anteprima mondiale La classe operaia va in paradiso (1971) e che da qualche anno ospita il Premio Elio Petri per la migliore opera prima italiana durante l’evento diretto da Luca Elmi. Berlinese classe 1942, figlia di una nobile emigrata russa in Germania, attrice per Rainer Werner Fassbinder e Volker Schlöndorff e poi cineasta a sua volta, è stata omaggiata con una parziale retrospettiva. Ad accompagnarla l’amico Felice Laudadio, premiato lo scorso anno proprio a Porretta Terme con un riconoscimento alla carriera di organizzatore culturale, nonché sceneggiatore e produttore de Il lungo silenzio (1993), proiettato per l’occasione e riscoperto nella sua drammatica attualità. Durante il pomeriggio di domenica 7 dicembre, presso lo storico Hotel Helvetia, ha avuto luogo un colloquio con la stampa e in seguito un incontro pubblico. Ecco che cosa ci ha raccontato.

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Come si sente a essere omaggiata in un festival così legato a Elio Petri? 

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Ricordo e amo soprattutto i film con Gian Maria Volonté: in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto c’era la musica di Ennio Morricone, che poi ho avuto come compositore ne Il lungo silenzio, e quando penso a quel film vedo Volonté con la sua espressione sicura e sento la musica, posso ora sentirla nella mia testa.  Penso che Petri sia stato uno dei più importanti dell’epoca, ma anche per noi registi tedeschi, che abbiamo imparato tanto dell’Italia guardando i suoi film. Se con i nostri si può capire qualcosa della Germania, credo che con i suoi lavori si possano capire cose che non vedevamo “in diretta”.

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Il lungo silenzio, incentrato sulla moglie (Carla Gravina) di un magistrato (Jacques Perrin) che rischia la vita durante un’indagine su un traffico di armi protetto dalla politica, uscì in meno sale del previsto ed è poi scomparso. Di recente restaurato, ora torna sul grande schermo di Porretta grazie a questa retrospettiva. Riguardandolo oggi, che effetto le fa?

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Ammetto che non lo rivedevo da trent’anni, da quando era uscito, e ritrovarlo mi ha impressionata più di quanto avrei potuto immaginare. Felice Laudadio ebbe l’idea subito dopo la morte di Paolo Borsellino, spinto da una reazione emotiva, e me la propose immediatamente perché pensava che fossi la persona adatta. All’inizio io non ero sicura che una tedesca potesse raccontare una storia così italiana: in fondo solo qui da voi c’è stata una stagione di attentati alla magistratura di una tale portata e violenza. Poi ho capito che si trattava di una coppia i cui componenti si proteggono a vicenda e soprattutto del dramma di una donna che ne rappresentava altre, unite del dolore del lutto ma anche nella battaglia per la verità. Questo mi è interessato e questo abbiamo raccontato.

Il cinema italiano ha avuto un ruolo decisivo all’inizio della sua avventura cinematografica?

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Certo, ma devo confessare che un ruolo più importante l’hanno avuto i film francesi. Alla fine degli anni 50 andai a Parigi per studiare la lingua ed entrai in contatto con degli studenti di filosofia che erano impazziti per quello che stava succedendo con la Nuovelle Vague, con quei registi giovani che facevano film per i giovani. Andavamo al cinema tutto il giorno, invece che in università. Ma la scintilla la devo a Il settimo sigillo di Bergman. È guardandolo che mi è venuta questa passione, seguita da un forte desiderio che però non dissi a nessuno perché in una ragazza di 19 anni sarebbe suonato stupido, e così l’ho tenuto dentro come un segreto. Quando poi ho avuto la possibilità di entrare nel mondo del cinema, prima come attrice, è stato un atto incosciente ma anche voluto.

È passata alla regia con Il caso Katharina Blum, insieme a Schlöndorff, solamente nel 1975.

Questo perché se gli uomini potevano iniziare prima, penso a Louis Malle che fece il primo film a 25 anni e Schlöndorff a 26, tutti comunque presto, per le donne quella possibilità arrivava più tardi. Infatti oggi, che sono vecchia, devo continuare per recuperare gli anni persi nella mia gioventù!

L’esperienza come attrice l’ha aiutata poi a dirigere gli attori?

Sì, so di cosa hanno bisogno, quanta attenzione e anche pazienza devo avere per ottenere dei risultati. Quando recitavo io le indicazioni erano nette e perentorie: mi dicevano “Vai lì! Fai quello! Fai quell’altro!”. Non c’era attenzione per le piccole cose. I registi non sapevano come fare perché non avevano mai recitato. Solo Fassbinder aveva fatto l’attore, quindi sapeva come muoversi.

Cosa ne pensa del cinema tedesco contemporaneo?

Oggi il cinema tedesco è… normale. Non sorprendente. Si può fare cinema in Germania, ma non escono capolavori. Se penso a Sound of Falling di Mascha Schilinski, che ha vinto un premio a Cannes, vedo in questa ragazza una speranza per il futuro. Ma è un caso eccezionale, non una scuola o un movimento come il gruppo che formavamo io, Fassbinder, Herzog, Wenders e gli altri.

A proposito di Fassbinder, sappiamo che il film su Rosa Luxemburg era un suo progetto…

Esatto, voleva girarlo lui, ma non ha fatto in tempo. Allora il produttore lo ha offerto a me in qualità di sua amica, pensando che avrei potuto mantenere una certa qualità diciamo “fassbinderiana”, ma io lessi la sceneggiatura e sentendo troppo ingombrante la sua visione chiesi di poterla riscrivere. Me lo permisero perché l’intenzione era anche quella di farlo girare a una donna, cosa che per la prima volta nella mia vita divenne un vantaggio. Ripresi in mano ciò che Fassbinder aveva scritto insieme a un suo collaboratore e mi resi conto che per me non funzionava perché era un melodramma totale, senza una sola parola realmente pronunciata da Rosa Luxemburg stessa. Anche i suoi discorsi erano scritti con parole semplici per menti semplici, quando lei era una grande intellettuale, e questo mi diede fastidio perché ho pensato che si trattasse di una mancanza di rispetto. Come si poteva rubarle la parola? Comunque avevo bisogno di capire cosa rappresentava per me. Allora chiesi due anni per fare ricerche su una figura che conoscevo solo di fama, come militante socialista, ma non come persona. Feci delle sortite a Berlino Est per andare all’Istituto di marxismo-leninismo dove erano conservate oltre 2500 sue lettere, impossibili da trovare nell’Ovest. Poi feci il film e ricordo il fastidio che provai quando in Italia uscì con il titolo Rosa L., per nascondere il cognome così politicamente connotato e forse mascherarlo da film a luci rosse… Non capirò mai come un Paese con una storia come la vostra possa avere così paura della politica.

Come colloca i quatto film biografici femminili che ha realizzato nel suo percorso?

Tre di quei quattro mi sono stati proposti, solamente quello su Ingeborg Bachmann era un mio progetto, e dopo molte insistenze ho accettato di realizzarli. Quello su Ildegarda di Bingen, per esempio, fu presentato a Roma ma non è mai stato distribuito in Italia perché, mi hanno detto, gli italiani non ne possono più di sentir parlare di santi [ride]. Comunque queste donne sono tutte molto importanti per la storia del mondo e la mia prima reazione è sempre il non sentirmi all’altezza della situazione. Se li ho fatti è perché poi entrando nelle loro vite, sempre tramite le lettere, mi hanno parlato. Aggiungo che ho fatto anche un ritratto di Ingmar Bergman, seppure con il solito timore.

Le chiedono spesso, e giustamente, delle sue protagoniste femminili. Invece come descrive gli uomini? Penso a quelli di Anni di piombo, evidentemente più fragili delle donne protagoniste.

Credo di raccontare storie in cui gli uomini non sono protagonisti. Non li rappresento deboli, semplicemente meno presenti. Sono cresciuta solo con mia mamma e poi ho frequentato un collegio femminile, perciò ho conosciuto l’altro sesso molto tardi. Ho sempre avuto, e tutt’ora ce l’ho, l’impressione di non capire gli uomini. Le donne sì, e non per femminismo, ma perché sono una donna e questa è la mia vita. Posso dire di non riflettere granché sulla condizione maschile…

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