Hochwald, di Evi Romen

Un coacervo di linee narrative (il sogno della danza, la tossicodipendenza, l’orientamento sessuale, l’islamismo) che si mescolano e rimescolano, senza trovare un respiro proprio. In concorso al #TFF3

Chiuso tra le Dolomiti, che ti abbracciano senza accoglierti mai, l’Alto Adige è terra di frontiera, italiana sulla carta, nella realtà satellite che guarda a Vienna più che a Roma. Da sempre contraddistinto da una doppia identità culturale, negli ultimi anni ha dovuto affrontare, forse più che in altre zone d’Italia, il fenomeno dell’immigrazione, che ha reso la stazione di Bolzano (per le linee ad alta velocità l’ultima in territorio italiano prima del passo del Brennero), punto di raccolta per i migranti che non vogliono o non possono attraversare il confine. Questo ha fatto sì che alla geografia culturale già frammentata, se ne aggiungesse una terza, quella musulmana, che tra gli altoatesini ha provocato tensione e sospetti. E’ da questo spunto di riflessione che Evi Romen parte per costruire il suo film.

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Dopo la morte dell’amico Lenz, di cui forse è innamorato, a causa di un attentato terroristico in un locale gay di Roma, Mario fa ritorno a casa. Ma invece che essere accolto, viene trattato con indifferenza e incolpato del suo essere sopravvissuto. Fragile, fuori posto, pieno di incertezze e dolore, trova conforto nell’eroina e comprensione in Nadim, compagno di scuola musulmano, provocando l’ira e l’intolleranza di familiari e amici.

Mario incarna il tormento e la rabbia di una terra che potrebbe essere crocevia di culture, ma molto più spesso di ritrova invece ad essere territorio di battaglia. Perchè l’Alto Adige può essere inospitale e inflessibile, ancorato al folklore e ai ritmi quieti di una zona di provincia, soffocante, rigida e cupa, insensibile e fredda, incapace di far fronte ad una sofferenza dirompente e destabilizzante. L’unica scelta possibile è allontanarsi dal quel Südtirol così ostile, scendere a valle e cambiare lingua, identità, vita. Per abbracciare nuove tradizioni e credo religioso. Per passare dai lederhosen alla dishdasha. Hochwald si muove tra Ragazzi di vita e lo zoo di Berlino, tra un tempo che sembra essersi cristallizzato, complice anche la bellissima quanto aliena colonna sonora, e la riflessione sul tema caldo del terrorismo. E’ un coacervo di linee narrative (il sogno della danza, la tossicodipendenza, l’orientamento sessuale, l’islamismo) che si mescolano e rimescolano, senza trovare un respiro proprio, rendendo il film uno strano ibrido, neorealista nella rappresentazione dei luoghi, simbolista quando mette in scena l’intimità di Mario. Il cerchio aperto già dal titolo (Hochwald significa alta foresta) si chiude con l’ultima, emblematica, scena nel bosco, che lascia con l’amara quanto liberatoria consapevolezza di non appartenere più a quei luoghi e forse non essergli mai appartenuti. Una frattura insanabile che rende il ritorno impossibile.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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