Holmes & Watson, di Etan Cohen

Chissà, come una volta ha detto tra il serio e il faceto lo stesso Reilly, forse saranno davvero Tango e Cash la prossima celebre coppia a divenire l’oggetto del sabotaggio di quei due buontemponi di Will Ferrell e John C. Reilly, compagni di scorribande nel teatro del nonsense sin dai tempi dello scatenato Ricky Bobby – La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno di Adam McKay e, poi, nerd fuori luogo e fuori tempo, finalmente alla riscossa, nel magnifico Fratellastri a 40 anni, con di nuovo McKay alla postazione di comando.
holmes_and_watsonEd è proprio l’assenza alla regia di McKay, con a prenderne il posto Etan Cohen che, come già in Duri si diventa, maneggia senza vera convinzione la materia parodistica del film, il maggior problema di Holmes & Watson. Cohen non riesce proprio a trovare la chiave di lettura e, cercando di comprimere la demenzialità della coppia Ferrell/Reilly, continua a disperdere la carica corrosiva del film e, soprattutto, a far inceppare il meccanismo di questa incursione dissacratrice ai danni, ma non solo, del più celebre detective mai esistito al mondo e del suo assistente. Nella reiterazione dell’espediente delle previsioni tra grafica, anche quando si parla della gittata della minzione, e slow motion, salvo poi disattendere puntualmente ogni calcolo di mossa, Etan Cohen si ostina a voler sbeffeggiare lo Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie, facendo più volte girare a vuoto il ritmo asincrono della comicità messa in atto da Ferrell e Reilly, coppia che, nonostante i dieci anni passati da Fratellastri a 40 anni, si ritrova di nuovo in perfetta sintonia, in questa sgangherata bromance che aspira a farsi ode della demenzialità.
holmes and watsonIn Holmes & Watson, a scombinare le regole del gioco non è solo è la costruzione per accumulo volutamente rapsodico di gag e sketch che, all’insegna gioiosa della volgarità e della fisicità di un discorso comico a spasso tra i generi, si fanno beffa con incallita idiozia di tutto ciò che è british, a partire proprio dal corpo della regina, e che fanno man bassa, non solo nella scelta della colonna sonora, di rimandi anacronistici, con frecciate alla Gran Bretagna della Brexit e all’America di Trump, passando anche per i selfie e il Titanic. E non è nemmeno solo l’esilarante versione cocainomane, narcisista, arrogante e la cui proverbiale intelligenza logico-deduttiva è qui solo un’arma caricata a salve dello Sherlock Holmes di Will Ferrell, che ingaggia, con tanto di corpetto e di più che affettato accento british, la sua lotta contro il perfido Moriarty, un Ralph Finnes miseramente sprecato dal fiato corto di Etan Cohen. A sparigliare veramente le carte, nonostante Sherlock Holmes si ostini a pensare di poter prevedere ogni sua mossa, anche quelle della morra cinese, è il dottor Watson di John C. Reilly. Come per l’Eli de I fratelli Sisters, Reilly fa della propria umanità il mezzo per ribaltare l’ordine dei rapporti, il numero musicale a far da cuore pulsante al centro del film parla chiaro a proposito. E allora il vero sabotaggio è proprio quello operato da Watson che, dopo un’intera esistenza da subalterno nella storia letteraria e cinematografica, parla dell’urgenza e della necessità di ribaltare i canoni, mentre sulle note di Unchained Melody, il rimando a Ghost non è affatto causale, trasforma un’autopsia in un’esplosione di amorosi sensi.