Holy Spider, di Ali Abbasi

Ispirato ai fatti realmente accaduti tra il 2000 e il 2001, un thriller esplicito e privo di ambiguità che si smarrisce presto e sprofonda in un terrificante finale. Concorso.

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Sono piene di zone d’ombra le strade di Mashhad. Holy Spider precipita progressivamente in un vortice senza uscita come era già accaduto, nella filmografia di Ali Abbasi, con la gravidanza di Shelley e la scoperta della vera natura della protagonista di Border. Creature di confine con cui il cineasta danese di origine iraniana aveva vinto proprio a Cannes il Premio Un certain regard nel 2018. Si assiste progressivamente all’illusione di una mutazione dove gli esseri umani possono trasformarsi come mostri (il seria killer, il poliziotto) o essere visti così dalla protagonista. Le notti della città nascondono il pericolo nel fuori-campo, in un’oscurità tombale con le strade appena illuminate da quei riflessi di luce gialla che possono diventare ancora più accecanti.

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Una giornalista di Teheran viene inviata a Mashhad per indagare su una serie di femminicidi e si addentra nei luoghi più malfamati per scoprire il colpevole. Ben presto si rende conto che le autorità locali non hanno fretta di risolvere il caso e dovrà così contare solo sulle proprie forze. I delitti sono opera di una sola persona, un padre di famiglia che vuole purificare la città santa.

Ispirato ai fatti realmente accaduti tra il 2000 e il 2001 quando il serial killer Saeed Hanaei ha ucciso 16 prostitute, Holy Spider mescola atmosfere da thriller e dimensione onirica, ripetendo le scene degli strangolamenti l’omissione dei cadaveri. Utilizza specchi come oggetti in cui mostrare le vere identità e si sofferma sui dettagli (il trucco, il rossetto) per un sezionamento dei corpi dove la presunta oggettività nasconde invece un compiacimento fine a se stesso. Il cinema di Abbasi perde ben presto il filo soprattutto quando punta a far emergere i pensieri oltre ai gesti dell’omicida, ma sembra solo una riproduzione venuta male delle atmosfere malate di Il silenzio degli innocenti di Demme, così come scopiazza la sporcizia di Fincher in Zodiac e la secca violenza di Jia Zhang-ke in Il tocco del peccato. In Holy Spider la forma si mangia il film e lo spegne con la scusa di diluire la tensione. In più il film crede di fornire un quadro sulla condizione femminile nella società iraniana che assume sembianze horror ma il suo discorso resta appeso per aria. Nel contesto del thriller iraniano, Holy Spider risulta troppo esplicito rispetto ad esiti ben più riusciti come Fireworks Wednesday di Farhadi e Oro rosso di Panahi. Abbasi spreca la scena dell’inseguimento in moto e della falsa identità della giornalista e forza improbabili metafore, come la ricerca della purezza nell’immagine della mano fuori dalla finestra della cella bagnata dalla pioggia. Il suo cinema privo di ambiguità, dove diventa esplicito ogni gesto compreso quello della terrificante simulazione dei due figli della protagonista e sprofonda completamente nel finale processuale-familiare dove ogni situazione (compresi i colpi di frusta nel fuori-campo) sono alla luce del sole.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
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