HOMEWORKS – Altruisti si diventa, di Rob Burnett

Cambiare vita, cercare di rimettersi in sesto e ricominciare, proprio dal prendersi cura degli altri. O magari provare a non sentire più la vita lì quando fa più male, lasciandosi assorbire dalle vicende e dalle pene di qualcun altro. Questo prova a fare l’ex scrittore Benjamin Benjamin, in ricostruzione di una parvenza di vita, frequentando un corso di caregiver, assistenza sanitaria a domicilio, di sei settimane. Il suo primo incarico con Trevor, diciottenne affetto da distrofia muscolare, lo costringerà a riprendere la vita lì dove l’aveva lasciata. Sarà l’inizio di una bellissima amicizia e di un viaggio on the road nel cuore della middle America, alla scoperta delle attrazioni più folkloristiche degli Stati Uniti, fino alla buca più profonda del mondo. The Revised Fundamentals of Caregiving (2012), romanzo di Jonathan Evison, diventa un film prodotto da Netflix, che nella versione italiana porta il titolo Altruisti si diventa. A dare il volto a Ben l’attore di origini britanniche Paul Rudd, oramai diventato vero e proprio marchio di fabbrica di una certa rudditudine insita in tutti i film che lo vedono interprete: un’ironia fresca, impregnata di un’ingenuità e una tenerezza genuine e carismatiche. E questa rudditudine, insieme alla memorabile interpretazione di Craig Roberts (già visto in Submarine), riesce a portare avanti un film che altrimenti fluttua insicuro tra il tentativo di mescolare con leggerezza temi importanti e ironia dissacrante, e la strada di un viaggio disseminato di cliché lungo il percorso.

Altruisti si diventa è un lungometraggio dagli spunti interessanti, chealtruisti-si-diventa2 fa riflettere su tematiche difficili da affrontare, e lo fa tentando la strada del sorriso agrodolce. Il risultato è un racconto pieno di alti e bassi ritmici e sostanziali, che quando funziona riesce a regalare piccoli momenti non solo di divertimento ma anche di coinvolgimento delicato. Come quando la telecamera si concentra su Trevor e il suo passaggio da giornate immerse in una routine a base di waffles e televisione, all’altra parte del vetro. Nei picchi calanti del film, invece, la rinuncia alla spettacolarizzazione in favore di un lieve intimismo venato di leggerezza comica, fa i conti con il ricorso reiterato e ridondante a cliché narrativi che banalizzano e appiattiscono certi aspetti del film, nei punti dove avrebbe dovuto accelerare: l’incontro con la bella ragazza, l’amore impossibile ma reso possibile dalle circostanze straordinarie, il parto in pubblico, la redenzione. E quando il sapore diventa di un melenso prevedibile, neanche il road movie style che tocca tutte le tradizioni di genere, da Un biglietto in due a Little Miss Sunshine, serve poi a molto. Si ride, si sorride, si riflette, ma difficilmente si rimane empaticamente coinvolti dai personaggi di questa storia dalle intenzioni fin troppo dichiarate. Con in testa l’interrogativo se sia possibile imparare ad essere altruisti. Consigliato a spettatori con un alto tasso di dolcezza e buoni sentimenti nel sangue.