HOMEWORKS – Bone Tomahawk, di S. Craig Zahler

Saranno le suggestioni lasciateci dentro dalla visione di Westworld, ma davvero la trama di Bone Tomahawk sembra una linea narrativa creata dal Dottor Ford (Robert, non John): un meccanismo ad orologeria realizzato per trasportare lo spettatore (visitatore) in una grande avventura sulla falsariga di Sentieri Selvaggi. Ma proprio quando lo spettatore è convinto di sapere cosa lo aspetta, S. Craig Zahler inserisce una svolta narrativa imprevedibile, proprio come fosse un bug nascosto in questi automi che sono i personaggi di un film di genere (una delle cose più interessanti della serie creata da Jonathan Nolan è proprio questo esplicitare l’importanza della scrittura e la meccanica, quanto necessaria, fedeltà al carattere nel cinema di genere), ed il film sconfina senza alcuna difficoltà nell’horror o, più precisamente, nel cannibal movie.

La trama è presto detta: due criminali in cerca di un nascondiglio profanano un luogo sacro di una tribù di indiani trogloditi (non hanno sviluppato neanche un linguaggio, ma solo una gamma di suoni gutturali) e cannibali. Uno dei due sopravvive e fuggendo arriva nella piccola cittadina di Bright Hope, dove lo sceriffo Hunt (un Kurt Russell dal look identico, fatti i dovuti aggiustamenti climatici, a quello adottato in The Hateful Eight) è subito insospettito dal comportamento del forestiero e lo arresta dopo averlo ferito in un conflitto a fuoco. Per curarlo chiama la giovane e bella dottoressa O’Dwyer (Lili Simmons) e lascia il suo vice di guardia. L’indomani i tre – il fuorilegge, la dottoressa e il vice sceriffo – sono spariti: rapiti proprio da quegli stessi indiani che avevano seguito le tracce del fuorilegge. La squadra di ricerca è presto fatta: lo sceriffo, il marito della dottoressa (Patrick Wilson), anche se con una gamba ferita per un precedente infortunio, l’anziano vice in seconda Chicory (Richards Jenkins), ed infine lo spavaldo damerino e cacciatore di indiani: Mr. Brooder (Matthew Fox).

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Naturalmente, il viaggio (che è uno dei topos del genere western) sarà il momento in cui questi quattro archetipi (queste quattro “americhe”: il cowboy sposato con il “sogno americano”, l’uomo di legge che sacrifica se stesso per la comunità, l’individualista che, invece, non crede nella comunità, l’uomo anziano e disilluso la cui saggezza è sempre pericolosamente in bilico con la follia) riusciranno a comprendersi l’un l’altro ed a fare davvero squadra, a costo delle proprie stesse vite.


In questa parte S. Craig Zahler si prende tutto il tempo che gli serve per far si che si sprigioni l’alchimia fra questi stupendi attori, grazie anche alla sua scrittura sempre credibile ma al tempo stesso originale, in modo da far realizzare ancora una volta la magia del western (che è la magia del gruppo). Anche dal punto di vista visivo questa parte rientra perfettamente nei canoni de western classico.
Ma, appena giunti a destinazione, quando lo spettatore è ormai convinto di sapere cosa lo aspetta, Zahler lo spiazza e tira dritto sfondando con facilità quell’esile parete che separa la stereotipata brutalità indiana dalle atrocità del torture-cannibal movie, senza tradire i canoni del genere: la donna bianca non viene toccata e la famiglia americana è salva.

S. Craig Zahler è al suo esordio dietro la macchina da presa ma ha accumulato una grande esperienza nel mondo del cinema, prima come direttore della fotografia e poi come sceneggiatore, questo gli ha permesso di girare un vero western classico (con un budget di soli 2 mln di dollari) in cui riesce ad inserire contaminazioni gore che raggiungono l’obiettivo di impressionare lo spettatore, senza mai trascendere nel gratuito o nel ridicolo.