Honey Don’t!, di Ethan Coen
Un’altra osservazione su un abisso che è anche una resa del regista al cinema dei Fratelli, ridotto a parodia, ad un’oscurità tenuta a distanza, ad un’umanità impossibile da guardare negli occhi.
Al secondo film della sua personale “trilogia di film lesbici di Serie B” forse si chiarisce meglio il senso dell’operazione da solista di Ethan Coen, che sembra soprattutto un tentativo di terapia, un riattraversamento dell’immaginario creato insieme a Joel per testarne la tenuta anche quando questo spazio viene pensato lontano dal fratello. O forse è una resa? Basta in fondo un altro sceneggiatore, un altro sguardo (quello della moglie di Ethan, la sceneggiatrice Tricia Cooke, che scrive con lui il film) perché quello stesso mondo teatro di tanti thriller abissali cada in mille pezzi. Quasi che la grana grossa del B-movie su cui si sta costruendo questa serie fosse l’unico modo per raccontare quest’America in pezzi ed i suoi capisaldi, la provincia meccanica, l’integralismo cattolico e puritano della Bible Belt, la sessualità come liberazione, l’ipocrisia della destra repubblicana.
Pare dunque un’altra fotografia dai luoghi del disastro questo Honey Don’t! che ritrova dal film precedente una Margaret Qualley sempre mattatrice assoluta e che stavolta interpreta Honey, detective privata di Los Angeles coinvolta in un caso che inizia dalla morte apparentemente accidentale di una donna e che la porterà a indagare, insieme ad una poliziotta su un misterioso predicatore centro di un probabile traffico di droga.
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Il passo è sempre quello di un esercizio su un immaginario in crisi, come Drive Away Dolls, eppure a tratti è indubbio che Ethan Coen provi a fare un passo ulteriore, quasi a chiedersi cosa fare, ora che il mondo è in fiamme: rinuncia a certi marcatori kitsch da cinema bis che abbondavano nel film precedente e a tratti sembra davvero voler scavare nel suo spazio di riferimento, raccontare queste case malandate, le chiese sperdute di quest’America retta dai predicatori, addirittura di approfondire questi discorsi su una sessualità come strumento di liberazione, autodeterminazione e dominio che sembra sempre più una delle ossessioni ricorrenti della trilogia.
Eppure quello di Honey Don’t! è un falso movimento. Cade un po’ nella sua stessa trappola, il film di Ethan Coen: zooma su un contesto ma stringendo la scala lascia emergere tutti i limiti non solo di questo mondo alla fine del mondo ma anche del passo del suo regista, che costeggia l’abisso ma rimane sempre sul ciglio. E allora il meccanismo si inceppa. Girano a vuoto le immagini, tasselli di un racconto sempre più dominato da una scrittura tutta di superficie, in cui Ethan si infila a fatica, con qualche fiammata (quasi ricreando, in una bella sequenza, le atmosfere di Non è un paese per vecchi) ma su cui perde la presa quasi subito.
Gli si ritorce contro anche questo discorso sulla temporalità. su questi eterni, nostalgici anni ’90 in cui era ambientato Drive Away Dolls e che Honey Don’t! sembra comunque evocare ironicamente malgrado sia ambientato nel presente. Ma così il rischio è chiudere ancora di più il film, distanziarsi pericolosamente da quel mondo che si voleva raccontare, da questi personaggi scritti come residui di un immaginario grottesco ma che di quel mondo hanno ereditato soprattutto la fissità, la bidimensionalità che impedisce loro di imporsi davvero sulla scena.
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È come se Ethan Coen, da solo, non riuscisse a confrontarsi con le parti più oscure del suo cinema, come se l’unico modo per poter guardare il nulla negli occhi sia trasformarlo in una sorta di autoparodia di ciò che è stato. Sia quel che sia, la sensazione è che Honey Don’t! abbia un passo curioso, solo superficialmente da noir, ma che in realtà dà il meglio di sé quando si allontana dall’abisso, in una sorta di zona sicura, si chiude nelle stanze dove Honey e la MG Falcone di Aubrey Plaza costruiscono gradualmente la loro relazione. Ecco, lì, complice l’alchimia tra le due attrici, c’è una scintilla di sincerità, lì il meccanismo laboratoriale sembra funzionare meno ed emerge un’idea di verità. Il film ha forse trovato la sua nuova umanità, ma cosa farsene se non si ha il coraggio di farle abitare il mondo?
Titolo originale: id.
Regia: Ethan Coen
Interpreti: Margaret Qualley, Aubrey Plaza, Chris Evans, Lena Hall, Charlie Day, Kristen Connolly, Don Swayze, Billy Eichner, Lera Abova, Talia Ryder, Gregg Binkley, Christian Antidormi, Kinna McInroe
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 89′
Origine: USA, UK, 2025























