"Hop", di Tim Hill

Hop Russell Brand Francesco FacchinettiIl coniglietto pasquale è una figura fantastica non troppo in voga qui da noi. È la divinità pagana della Pasqua, per così dire. Fu importato negli Stati Uniti da emigrati tedeschi e olandesi. È tutt’oggi in voga anche nell’Europa settentrionale.

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Nacque, pare, attorno al XV secolo in Germania. Radicato nella cultura pre-cristiana, in quei riti pagani volti alla celebrazione della fertilità e del rinnovamento, durante la primavera. Vale a dire, con l’avvento del cristianesimo, durante il periodo della resurrezione di Gesù Cristo (della Pasqua).
La tradizione vuole che questo simpatico leporide porti ogni anno, il giorno di Pasqua, un cesto di uova colorate ai bambini che si sono comportati bene.
Prendere spunto dalla scarna leggenda per trarne un film non era impresa così semplice.
Sull’isola di Rapa Nui (più comunemente isola di Pasqua), all’interno delle famose teste, si cela il mirabolante laboratorio del coniglio pasquale. CP deve succedere all’ormai anziano babbo e sobbarcarsi l’onere di mandare avanti l’impresa di famiglia. Ma il coniglio adolescente ha in mente solo un sogno; quello di diventare un famoso batterista. Parallelamente, nel mondo reale (la pellicola mescola attori in carne ed ossa e personaggi animati in computer grafica), Fred è un ragazzo sui trenta, disoccupato e perdigiorno. In attesa della grande occasione per dare un senso alla propria vita. Il destino li farà incontrare.
Indubbiamente indirizzato ad un pubblico molto ma molto giovane, Hop è però un buon prodotto per tutta la famiglia. L’ancestrale scontro generazionale fra genitori e figli non può che essere spunto di riflessione e motivo di immedesimazione. Le storie di CP e Fred sono legate da un filo immaginario, neanche troppo sottile; entrambi devono dimostrare di potersi liberare di quell’ingombrante ombra che li soffoca, generata dalla figura paterna.
Trovare il proprio posto nel mondo o seguire le orme del padre? Rispettare le basse attese e deprimersi o puntare in grande, provando ad essere felici? Enigmi comuni che, per nostra fortuna, in un film del genere non possono che risolversi in un tripudio generale, dove alla fine tutti si vogliono bene e si accettano per ciò che sono. Dove i sogni più improbabili si avverano ed è giusto così.
Come sempre i più esilaranti sono i personaggi di contorno. I pulcini (trainano l’astronave pasquale alla pari di quanto fanno le renne con la slitta di Babbo Natale) e, più in particolare il loro capo; un pulcino ispanico, braccio destro del coniglio pasquale senior, pronto al golpe per succedere al trono pasquale.
Ma, soprattutto, il mitico David Hasselhoff, nei panni di un conduttore di un talent show che vuole lanciare CP come musicista. Dopo aver rischiato di annegare l’aura mitologica guadagnata grazie al telefilm Supercar, (s)vestendo i panni di Mitch Buchannon in Baywatch, il grande David si è reinventato una carriera come giudice del popolare show America's got talent e grazie a camei e piccole parti demenziali in varie pellicole (epica la comparizione nel film di Spongebob).
Unica nota stonata il doppiaggio italiano. CP (in originale l’inglese Russell Brand) è stato affidato alla voce di Francesco Facchinetti. Dover sentir pronunciare dal coniglietto pasquale frasi come “bella zio”, “bella di padella” e “tranqui funky” è francamente avvilente.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Tim Hill
Interpreti: Russell Brand, James Marsden, Hugh Laurie, Hank Azaria, Kaley Cuoco
 
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 90'
Origine: USA, 2011