HORROR & SF – Gut


Un riuscito esercizio di stile che tenta di indagare la nascita di una nevrosi: lo snuff si fa catalizzatore, rampa di lancio per lo sviluppo della psicosi dell’ordinario Tom, grazie a brevi video nei quali donne legate ad un tavolo autoptico vengono (dolcemente) dissezionate

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Decisamente ordinario: aggettivazione più calzante per descrivere Tom. Quadretto familiare, lavoro, modo di vestire e di mangiare, tutto è (pericolosamente) ordinario. In questa visione del continuo già visto il suo miglior-nerd-amico Dan gli propone qualcosa di nuovo e destabilizzante: brevi video nei quali donne legate ad un tavolo autoptico vengono (dolcemente) dissezionate.

Un alone di malinconica sistematicità avvolge Tom, prototipo dell’individuo medio sempre più spesso costretto ad uniformarsi, (de)formarsi (in)seguendo stereotipi già dati in una società che, stantia sulla superficie così come nel profondo, reprime gli impulsi, castra gli stimoli, procrastina all'esasperazione l'esplosione di un substrato interiore in continuo eversivo fermento. Tutta l'impalcatura antropologico-sociale fatta di restrizioni induce dunque ad un istintuale ma sotterraneo superamento di tabù, che in determinati casi può deragliare in patologica depravazione, via di fuga da un opprimente conformismo votato a regolare ciò che è giusto e ciò che non lo è. Va forse letto da questa angolazione l'interessamento costante che un genere come lo snuff movie esercita da diversi anni nel panorama cinematografico e non (la trilogia degli August Underground, Snuff 102): la violenza (anche sessuale) inflitta crudelmente si pone a baluardo di desideri repressi, divenendo valvola di sfogo di un io troppo spesso arginato dal suo naturale fluire.

Ma Gut (2012) di Elias non è propriamente uno (inspired to) snuff movie, bensì un riuscito esercizio di stile che tenta di indagare, analizzare appunto, la nascita di una nevrosi: lo snuff si fa catalizzatore, rampa di lancio per lo sviluppo della psicosi che colpisce Tom. Il film del regista di Boston appare più vicino, se vogliamo, al politico (per lo meno negli intenti) A Serbian Film per atmosfere allucinate e per l'eguale natura meta-cinematografica (nonché per il comune destino riservato al nucleo familiare del protagonista).

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Misteriosi video consegnati a Dan che sembrano giungere direttamente dalle strade perdute lynchiane; attrezzi per la dissezione presi in prestito dal tavolo degli inseparabili chirurghi cronenberghiani; divaricazioni vaginali sul busto speculari a quelle del videodrome James Woods: metafisica dei corpi insomma che si realizza tramite l'abbattimento dell'ordinaria penetrazione (sessuale), con l'amplesso che ora si concretizza nello sventrare (to gut), nell'introdurre una mano (spoglia del “guanto” medico), simbolo del piacere onanistico, nelle viscere del partner per (ri)trovarvi un (più spaventosamente profondo) caldo, sensuale (ma non più ordinario) abbraccio. E difatti l'unico soddisfacente rapporto per Tom è quello vissuto con la moglie dopo la visione dello snuff, quando le suggestioni indotte dal video hanno già iniziato a farsi largo (in una sezione onirica Tom rinviene la sua compagna con il ventre squarciato: timore o desiderio?).

Il tutto, nonostante un'evidente lentezza nello sviluppo degli eventi, risulta insolitamente (e inquietantemente) magnetico:GUT l'atmosfera asettica fusa alla colonna sonora fatta di ritmi stridenti e discordi ricrea un ambiente che rifiuta il concetto stesso di serenità o armonia, e al contrario, nel suo inesorabile incedere, partecipa attivamente alla costruzione di un sopito micro-universo entro il quale si muovono (goffi) i protagonisti, sempre più compressi contro se stessi (al limite dell'implosione), innestati in un reale orrorifico al quale tuttavia manca la violenza, quella pura e tipica del genere (dello snuff), soppiantata da un attaccamento al consueto, a ciò che è (potenzialmente) vicino ad ogni singolo individuo. Ed ecco allora l'inesorabile magnetismo di Gut, prodotto dello scandaglio di un’emozione profonda seppur ombrosa. Il controverso regista “senza cognome” (al suo effettivo esordio, con il quale non manca di vincere il primo premio al New York City Horror Film Festival dello scorso anno) dipinge una pellicola lenta, dilatata nei tempi, staticizzando al limite l'inquadratura rievocando forse l'Haneke più provocante e perturbante di Funny Games U.S., in cui le efferatezze compiute da Peter e Paul sono mosse (a detta degli stessi) dalla noia, dal vuoto dell'esistenza; ed è emblematico che il regista austriaco diriga il tutto a mo’ di (esplicito) spettacolo (si pensi al rewind), così come in Gut forza motrice è il video registrato; infine, in entrambe le pellicole la violenza non si palesa quasi mai all'occhio, tutto è filtrato dal mezzo televisivo (dvd), occultato dalla camera (le mancate inquadrature hanekiane sulle scene più crude).

In Gut voragini, baratri nella sceneggiatura si aprono come crepe nel reale filmico, le musiche si fanno più cupe e il finale sopraggiunge chiudendo una struttura ad anello che pone sistemazione alla sequenza d'apertura ma non significazione all'economia del racconto, il quale resta (volutamente) sospeso, ambiguo.

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