HORROR & SF – I Origins, di Mike Cahill

Mike Cahill si sveglia forse nel cuore della notte e scrive queste parole: The eyes of the dead return to newborns. Sta nella sua nuova casa al Laurel Canyon, e forse è normale avere questi sogni, questi incubi, dove Graham Nash cantava a Joni Mitchell “Come to me now and rest your head for just five minutes, everything is good”; sta con i suoi coinquilini Brit Marling e Zal Batmanglij; sta vergando le prime sensazioni non di I Origins ma di quello che potrebbe diventare I. Tutto in una notte.

 

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E c’è davvero tutto in quella notte, un’idea di film, un’idea di cinema, che non è passata ma rimasta addosso a Cahill, a Marling, a Batmanglij. Sembrano infatti dispiegarsi da quella casa, dal mai sopito Laurel Canyon, alcune delle più potenti e riconoscibili direzioni intraprese dalla fantascienza indipendente americana, da noi incontrate e ratificate in diverse uscite di questa rubrica, da Safety Not Guaranteed a Resolution a The Signal: il nuovo paradigma scientifico che vede al centro le più contemporanee e ardite teorie cosmologiche e di meccanica quantistica, l’affiliazione tematica e stilistica al cinema targato Sundance, le sovrapposizioni con il mercato hollywoodiano mainstream che ne acquista e rilancia i prodotti e i protagonisti. Tripartizione che va ampliata con quello messo in campo dal trio del Laurel Canyon, cioè le possibilità di realizzazione di un network di lavoro e una serialità alternativa per il prodotto cinematografico indipendente. Cahill (sceneggiatore, regista, dop, montatore, produttore), la Marling (attrice, sceneggiatrice, regista, dop, montatrice, produttrice) e Batmanglij (sceneggiatore e regista), con le loro competenze che da sole formano una sorta di auto-network, nel corso dei loro lavori si sono aggregati tante e diverse volte per, semplicemente, portare a termine un film: Cahill e la Marling hanno scritto Boxers & Ballerinas e Another Earth, Batmanglij e la Marling hanno scritto Sound of My Voice e The East, la Marling ha recitato in tutti i film di Cahill e Batmanglij, Cahill ha lavorato nel reparto fotografia dei film di Batmanglij. C’è l’elemento autobiografico a reggere tutto questo (Cahill e la Marling frequentavano assieme Georgetown e lì hanno conosciuto Batmanglij), ma a furia di connettere, provare e riprovare, inspessire, si è evoluta una riconoscibilità unica nel panorama fantascientifico indipendente americano, e questo anche nella ricerca di una forma e una modalità diversa di creazione e ricezione di un franchise: prima Batmanglij con Sound of My Voice (prove, controprove, background dei personaggi e della vicenda non portano altro che ad un evidente sequel, che nei piani del regista dovrebbe anzi essere una trilogia) e adesso Cahill con questo I Origins, tentano di realizzare delle opere assolutamente chiuse ed indipendenti che però si incrociano per il tempo di quel particolare lavoro con una storia e un mondo più grandi, che hanno avuto un inizio e stanno avendo una prosecuzione e forse una fine, indipendentemente dalla realizzazione di un seguito e quindi della nostra visione.

 

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Perché I Origins è questo, e lo è già dal titolo: l’origine di I, il “vero” film che Cahill ha dovuto mettere da parte per via di un budget da impiegare troppo elevato soltanto dopo il suo esordio con Another Earth. Così il nostro è tornato a fare network con la Marling, adottando un approccio alternativo ma estremamente funzionale per realizzare il progetto “madre”, creando una back story indipendente e definitiva di per sé ma che allo stesso tempo desse visibilità e potenzialità per l’auspicato I. Cahill ci è riuscito, tanto da ritornare a vincere il premio Alfred P. Sloan al Sundance dell’anno scorso (dopo la vittoria del 2011 con Another Earth) e a ottenere che la Fox Searchlight, art house della compagnia madre e procacciatrice di nomi e titoli al Sundance, al Telluride, al Tribeca, acquistasse ogni diritto sui prequel e i sequel dell’ancora in divenire I.

 

Origins, insomma, è una tangente tematica ed economica ad un non-sequel, che porta in grembo tutto quello che sarà I pur non essendo I stesso. E’ una background story che non ha bisogno di un seguito, che forse non dovrebbe nemmeno averlo, visto come risolve o tenta di risolvere in modo autosufficiente quanto sviluppato durante il suo corso. Che è, come dovrebbe essere una narrazione delle origini, programmatica, univoca: Ian (Michael Pitt) è un biologo molecolare che tenta di ricostruire l’evoluzione dell’occhio, coadiuvato dai suoi amici-colleghi-tirocinanti Kenny (Steven Yeun) e Karen (Brit Marling); ad una festa conosce una ragazza mascherata che però scappa via senza lasciargli nessun contatto, nome, viso; Ian ne rimane favolosamente atterrito, e un giorno, seguendo una strana serie di coincidenze, risale all’identità di lei, Sofi; i mesi passano, l’amore cresce, la ricerca continua, fino a quando succede qualcosa di terribile alla copia ed inizia un nuovo tipo di viaggio, tra fede e fatti, tra dogmi e prove… Cahill per I era partito da un sogno e una frase – “The eyes of the dead return to newborns” –, e da questi è arrivato a creare un percorso di conoscenza per un qualcosa che sentiamo, capiamo, stare oltre lo scontro che avviene per tutto il film tra scienza e religione – e che, meta-cinematograficamente, capiamo stare oltre lo stesso film, in un altro film ancora da farsi. Ian da una parte e Sofi dall’altra sono funzioni di una complessità maggiore, sono portatori di sfere diverse di umanità che si confrontano sull’orlo del momento più importante della storia della vita intelligente su questo pianeta. Che non si risolve ma si protrae su piano diverso, più alto o più a lato che sia, anche a costo di forzare la mano ad Ian o a Sofia, tanto il primo sembra lottare non per l’Evoluzione ma contro il Disegno Intelligente e tanto la seconda sembra destinata ad essere trovata da Ian e a divenire quello che poi, forse, diverrà. Tutto si compone e si sfalda dopo i titoli di coda, quasi già un paratesto, quasi già un altro film, in una sequenza che è già narrazione, storia, franchise.

 

 

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