HORROR & SF – Stage Fright

Who can tell me what japanese tradition involves covering your face all in white? Bukkake!

 

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I Sepoltura che spaccano le teste degli hippie di Hair, la pioggia di sangue degli Slayer sui portoricani di West Side Story, Ozzy Osbourne che lancia teste di pipistrelli contro l’alta società londinese di My Fair Lady: sogni (e bisogni) di un roadie o di un tecnico del suono passato dagli anni del conservatorio al carico e scarico o al missaggio in una qualche, sconosciuta, squattrinata, etichetta metal sperduta nella reale Terra di Mezzo americana che corrisponde al nome geografico e mentale di Midwest. Quale migliore sinossi sonico-visuale per presentare in scena l’esordio alla regia del duo Jerome Sable/Eli Batalion, sceneggiatore-compositore-regista il primo, sceneggiatore-compositore il secondo, un horror musical o un musical horror che sembra partorito dalle menti trash eppur illuminate dal Midwest di cui sopra? Perché c’è qualcosa che è un pezzo di memoria e di amicizia in Stage Fright, di pomeriggi passati davanti alle repliche tv del matrimonio tra sette fratelli e sette spose e della bella che lo è davvero Fanny, gioie e dolori personali condivisi da quando avevano sette anni e giocavano assieme, gioie e dolori che appaiono e scompaiono veloci in mezzo alla scena, in mezzo ai tanti ragazzi sovrappeso, gay e dark che nel musical, come Sable e Batalion, vedono l’unico motivo per resistere un anno intero, un altro anno, a scuola come nella vita.

La cantante Kylie Swanson (Minnie Driver) è reduce dal successo della prima di The Haunting of the Opera quando viene teatralmente uccisa a coltellate da un maniaco che indossa lo stesso costume di scena del cacciatore del musical. Anni dopo, al Center Stage gestito dal produttore nonché suo ex-amante Roger McCall (Meat Loaf), un campo estivo dedicato alla formazione di giovani talenti teatrali, si decide di mettere in scena proprio l’opera maledetta. Le audizioni sono aperte, e tra le ragazze in lotta per la parte della protagonista Sofia c’è anche Camilla (Allie MacDonald), figlia dell’assassinata Kylie, che vede questa come l’opportunità di ricordare e seguire il successo della madre. La nostra canora eroina deve fronteggiare la concorrenza di Liz (Melanie Leishman), le avances sessuali del regista Artie (Brandon Uranowitz) e le rimostranze del fratello Buddy (Douglas Smith), come Camilla cuoco del campo estivo gestito dal patrigno Roger. L’assassino dell’opera, però, dopo tanti anni torna a colpire…

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Il nostro duo idealmente inizia a lavorare da lontano per Stage Fright, dalle innumerevoli collaborazioni a teatro e nel cinema fino al punto di emersione e di svolta che è The Legend of Beaver Dam, cortometraggio realizzato nel 2010 che si è fatto il giro del mondo assieme a diversi premi (Screamfest, Sundance, Toronto After Dark…). Una notte nei boschi, degli scout accanto ad un fuoco, una chitarra per evocare Stumpy Sam, un ragazzino preso in giro da tutti: è la prova generale dell’esordio sul lungometraggio avvenuta quattro anni dopo, con idee, direzioni e risultati già perfettamente leggibili in questi cinque minuti di Stephen King eJeepers Creepers, Pantera ed E’ nata una stella. Sable e Batalion vanno dritti al centro dell’immaginario musicale e orrorifico, ricordano e omaggiano, rivivono e citano, in cinque minuti già pieni di coreografie e accoltellamenti, mascheramenti e omicidi.

Stage Fright non è soltanto il dispiegarsi del centro emotivo e narrativo di The Legend of Beaver Dam, ma uno specchio che plasma la prospettiva iniziale, come un adolescente ha dentro di se il bambino di un tempo adesso deformato dall’allungarsi del tempo. Il corto è feroce, implacabile, primitivo nel suo alternare orrore e meraviglia, il lungo è razionale nel covare la furia e la gioia; il corto è la rivalsa irrazionale di un bambino, il lungo la vendetta adolescenziale che diviene odio e morte. Sable e Batalion riverberano tutto questo nei diversi livelli di ideazione del film, dalla realizzazione della storia alla composizione della musica fino alla stesura dei testi, in un movimento tripartito che segue programmaticamente questa catena per poi tornare sui suoi passi appena un minimo aggiustamento provoca variazioni negli altri piani creativi. Il musical diviene così horror e l’horror musical, esplosioni emotive dalle direzioni e conseguenze diverse provocate però dalle stesse eruzioni di paura, gioia, odio, amore.

E se il musical ha le sue coreografie e i suoi assoli, l’horror mette in scena omicidi e urla, in un alternarsi emozionale che porta da un lato alla radiosa sequenza di arrivo degli studenti al Center Stage e dall’altro ad un coltello conficcato nella gola della cantante di The Haunting of the Opera. Sable e Batalion spostano e rispostano i confini della vicenda, con scelte fortemente volute di casting (la Minnie Driver de Il fantasma dell’opera, il Meat Loaf di The Rocky Horror Picture Show) e meta-spettacolo (gli omicidi ricalcati, Andrew Lloyd Webber), arrivando a filmare un musical adolescenziale e un horror con rating R, e raggiungendo un picco inaspettato con la barocca e irrisolta sequenza finale, che tinge di inquietudine quello che tutti noi abbiamo cantato: “Do you remember the first time you ever saw a musical play? / Do you remember the first time that you ever got swept away? / No matter what bad stuff happened that day, when that show was over, you probably felt ok / That’s way theatre has been around so long. That’s why we need musical songs”.

 

 

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