HORROR & SF – THE CONSPIRACY


The Conspiracy è un mockumentary al quadrato, una scatola cinese di ricostruzioni fittizie in cui la vera sorpresa non è sapere cosa è accaduto a chi ha girato le immagini quanto piuttosto se sia davvero il loro il film che stiamo vedendo, o se quel passaggio da autori ad attori abbia portato alla creazione di qualcos’altro, alla regia di qualcun altro 

 

Tra i vari generi, l’horror è quello che più di tutti prevede una partecipazione consapevole da parte dello spettatore, coinvolto nel film in una relazione biunivoca mediata dal paratesto, dal registro linguistico adottato e dalla conoscenza pregressa del genere (nessuno, idealmente, potrà fruire nel profondo il primo horror della sua vita). E’ tale consapevolezza, nell’uso e nella ricezione, a permettere che l’horror sia un laboratorio cinematografico a cielo aperto, nelle cui stanze vecchie e nuove tendenze si scontrano costantemente tra di loro. Tra di queste la più importante negli ultimi anni è stata la caotica esplosione dei pov movies, categoria nella quale mockumentary, found footage e cinema fintamente amatoriale collimano tra loro in un regime di costante ibridazione. Come un continente sorto da acque turbolente, il pov movie nasce dalla cristallizzazione formale di uno strumento prettamente stilistico, la soggettiva, che nel suo farsi struttura ha portato all’emersione di un terreno irregolare, in cui è difficile tracciare nette linee di demarcazione.

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Nell’informità di questo orizzonte una delle poche costanti la troviamo in quei film che operano tra mockumentary e found footage, nella maggior parte dei quali è possibile individuare il passaggio esatto in cui da un falso regime documentaristico si passa alla presa in diretta di una realtà fuori controllo. E’ quel momento in cui nell’ordine di un racconto pre-costituito fa breccia il caos, che costringe la troupe diegetica (improvvisata o meno) a precipitare dal ruolo autoriale a quello attoriale. Chi prima dirigeva e impostava la narrazione diviene vittima dell’orrore di una realtà superiore e non più ordinabile, che assume il controllo di quel racconto il cui filmato è destinato a diventare ultima testimonianza dei suoi precedenti autori. Per l’appunto, da mockumentary a found footage. E’ nell’apparente fedeltà a questo scarto (e quindi nella sua assenza) che risiede il valore di The Conspiracy. Il film di Christopher MacBride, nonostante presenti il precipitare dei suoi registi diegetici nella storia che stanno raccontando, rimane infatti all’interno di una rigida cornice documentaristica che esclude da subito ogni ritrovato postumo. Di più, The Conspiracy è un mockumentary al quadrato, una scatola cinese di ricostruzioni fittizie in cui la vera sorpresa non è sapere cosa è accaduto a chi ha girato le immagini quanto piuttosto se sia davvero il loro il film che stiamo vedendo, o se quel passaggio da autori ad attori abbia portato alla creazione di qualcos’altro, alla regia di qualcun altro.

Presentato nelle after hours della Torino 31 – le eredi del vecchio Rapporto Confidenziale –, The Conspiracy si presenta fin dal principio come un prodotto superiore alla media del filone: accurata fedeltà "mockumentaristica", tempi giusti, buona scrittura sono gli indizi di un’opera di qualità, anche se altalenante. Diviso in tre parti, il film di MacBride inizia presentandoci i due registi protagonisti intenti nella preparazione di un documentario su Terrance, un fervente complottista. La sua improvvisa scomparsa apre l’atto centrale, in cui il diretto coinvolgimento dei due nella ricerca dell’uomo porta all’emersione del bug friedkiniano, il contagio di una paranoia veicolata dal linguaggio e pronta ad annidarsi sotto pelle. Il bug ha il nome di Tarsus Club, organizzazione elitaria ispirata al culto di Mitra e sede forse di una cospirazione globale per controllare le sorti dell’umanità. Da qui si passa alla terza parte, vertiginoso salto nel vuoto in cui al rigore documentaristico si sostituisce la ripresa in soggettiva convulsa e spaventata del found footage, usata come avrebbe fatto un Ben Wheatley in Kill List, in una sequenza rituale dal grande impatto. A diramarne apparentemente il terrore sarà la svolta finale, colpo di scena a prima vista rassicurante ma che in realtà moltiplica la portata di quanto visto innalzando il film ad acuta riflessione sul potere della comunicazione nell’era globalizzata, in un discorso che afferma come l’unico modo per controllare la verità quando è impossibile tacerla sia dichiararla per primi, per possederne e alterarne il racconto. In conclusione, a chiunque voglia toccare con mano la vertigine in cui si colloca The Conspiracy, consigliamo di vederlo e poi leggere su Youtube i commenti al trailer del film, inneggiato da una parte per aver affermato con la fiction verità di cui non si può parlare, e accusato dall’altra di essere nella realtà esattamente ciò che finge di essere nella diegesi. E quindi, atto di ribellione da un lato, frattale dall’altro.

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