HORROR & SF – "The Host": terrore dal profondo

Il New York Magazine l’ha definito “il miglior film di mostri di sempre”. Un giudizio enfatico e sicuramente eccessivo. Eppure The Host, Gwoemul in originale, diretto dal coreano Bong Joon-Ho (già autore nel 2003 di Memories of Murder), uscito nel 2006 e vincitore di numerosi premi a livello internazionale (tra gli altri 3 riconoscimenti agli Asian Film Awards, premio per la miglior regia al Fantasporto, e due premi al festival di Sitges), non è un prodotto comune, nè standardizzato, nè inutile. Tutt’altro.

La storia ormai decennale del sottofilone del beast-movie ha più spesso partorito scempiaggini che film realmente convincenti e interessanti. The Host, per fortuna, fa senz’altro parte di questa seconda categoria, nonostante un plot di base non certo avvezzo a chissà quali originalità narrative: un imprudente scienziato fa riversare nelle acque del fiume Han, a Seoul, una sostanza altamente inquietante (la formaldeide), a causa della quale prende forma una mostruosa creatura marina, che uscendo dalle acque terrorizza e uccide gli abitanti della riva del fiume, e rapisce una bambina. Il padre, il nonno e gli zii della bimba iniziano da qui una personalissima battaglia volta a salvare la piccola dalle fauci della creatura, e per portare a termine la loro missione sfidano un presunto virus letale che pare si sia diffuso attorno al fiume, e combattono perfino i divieti imposti dall’intervento dell’esercito americano.

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Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole (o meglio sotto le acque). Emergono temi cari all’immaginario del beast-movie, dalla stupidità dell’essere umano che sfrutta indiscriminatamente l’ecosistema e con la sua stoltezza genera mostri alla paura ancestrale di ciò che di misterioso si nasconde nell’acqua, dagli effetti delle mutazioni genetiche alla presenza del nido in cui la creatura si nasconde, dal rapimento della creatura innocente all’intervento militare con mezzi inadeguati e dannosi. Da King Kong a Godzilla, da Alien a Mimic a Jurassic Park, i riferimenti cinefili, sia orientali che occidentali, si sprecano. Ma comunque The Host regala un qualcosa in più, un afflato di freschezza che si espande dall’intelligente commistione di registri stilistici in grado di compenetrarsi abilmente l’uno nell’altro. Se infatti siamo apparentemente nel campo dell’horror, la pellicola si fa apprezzare per una decisa ironia di fondo, diverte e si diverte, ed è inoltre capace di scavare nelle commoventi piaghe di un melodramma familiare e di un’avventurosa lotta per il ritrovamento del soggetto perduto.

Il tutto capitanato da individui curiosi, macchiette ben delineate (su tutti il protagonista Song Kang Ho, che altro non è se non il biondo di Sympathy for Mr. Vengeance), membri di una famiglia bizzarra che pare apparentarsi con quella di The Happiness of Kataturis di Miike, e che si muove in un clima surreale in cui il terrore si mescola al divertimento, il dramma alla parodia. A impreziosire il tutto ci pensano poi effetti speciali di altissima qualità, capaci di dar vita a una creatura tra le più realistiche che mai si siano viste in questo genere di film (seppur figlia di reminiscenze di rambaldiana memoria), e ottime scelte di regia, attraverso le quali le scene di maggior azione si dipanano in un tono elegiaco di matrice quasi western, attraverso ralenti, effetti sonori sincopati e tempi sospesi e dilatati. La sequenza iniziale in cui il mostro esce dal fiume e compie il primo devastante attacco, è entusiasmante, e perfettamente coreografata. Poi il film si rilassa e si calma (fin troppo, in qualche punto il ritmo cala oltre il dovuto), e torna a spingere sull’acceleratore in una parte finale che raggiunge persino toni epici, e che parzialmente sorprende rispetto alle attese.

É l’ennesima vendetta della Natura contro le angherie dell’uomo, è la disperata lotta di un padre per salvare la propria figlia, è la forza di volontà che sfida i divieti e i soprusi, è il coraggio di una bimba imprigionata nel ventre della balena, è una freccia scoccata con la forza del cuore, è infine un collage di corse e rincorse che prosegue per due ore lasciando dopo la visione un senso di appagamento e soddisfazione. E non è poco.

The Host, tra festival e piccole distribuzioni nelle sale, si è già visto in quasi tutto il mondo. Nel 2006 ha girato tutta l’Asia, con incassi enormi in patria, e nel 2007 è approdato (pur in poche copie) negli States e in buona parte dell’Europa. Non in Italia, tanto per cambiare. Qualcuno prima o poi porrà rimedio?

 

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