HORROR & SF – The Signal, di William Eubank

the signal

Scrivere in questo momento di William Eubank e dei suoi film è scrivere dell’orizzonte della fantascienza indipendente americana. E questo non per i numeri, le economie e le sovrapposizioni che esistono con l’Hollyood delle grandi produzioni, ma per l’affiliazione di Love e The Signal al genere sci-fi e, sopra-tutto, al cinema periferico, quotidiano ed estremamente umanista targato Sundance.

the signalTute spaziali e terrestri, scenari post-apocalittici e lo spazio profondo, la Guerra Civile americana e l’invasione dell’Iraq – e nell’imminente futuro i progetti World Breaker e TauTona per la Warner Bros., il primo un period drama ambientato nel Medioevo e il secondo uno sci-fi thriller: tanti, diversi e in progressione i mondi mostrati da William Eubank, e già con solo due pellicole incastonate in filmografia, il Love del 2011 e questo The Signal che ha debuttato all’ultimo Sundance.

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La rincorsa verso questi titoli è stata presa da lontano, con il fondamentale lavoro per otto anni alla Panavision, i commercials e il periodo passato presso la Ultimate Fighting Championship per filmare i vari eventi di arti marziali miste organizzati dalla lega – a cui vanno aggiunti gli studi in cosmologia alla UCLA che tanto ritorneranno nei suoi lavori cinematografici. La fattualità e la multimedialità di Eubank emergono già fortemente cristallizzate nel progetto Love, inizialmente il terzo album della sovra-band Angels & Airwaves (che mette assieme, tra gli altri, Tom DeLonge dei Blink-182 e Ilan Rubin della sigla Nine Inch Nails), poi nucleo creativo in espansione fino a diventare la pellicola d’esordio di Eubank, dove il nostro assembla quasi tutto da se: quattro anni di lavoro, set costruiti nel giardino dietro casa dei genitori, sceneggiatura/fotografia/scenografie. Il risultato sono due one-man-show, quello dell’attore Gunner Wright e quello del nostro Eubank, con il secondo che segue ogni spiraglio della vicenda dell’astronauta solitario Miller viaggiando avanti e indietro nel tempo e nello spazio – semplicemente, nelle vicende emozionali di un uomo alla deriva nei ricordi della sua stessa vita. Tre anni dopo, ecco questo The Signal.

 

Nic (Brenton Thwaites), Haley (Olivia Cooke) e Jonah (Beau Knapp) sono tre studenti del MIT in viaggio verso la California, dove Haley, la ragazza del primo, andrà a frequentare la storica rivale Caltech. Ma Nic e Jonah hanno anche un altro obiettivo, scovare l’hacker Nomad, che qualche tempo prima ha violato i server della loro università. Durante il viaggio le tensioni tra Nic e Haley crescono, per via del trasferimento di lei sulla West Coast e per la malattia degenerativa che sta facendo perdere al primo l’uso delle gambe. Quando Nic e Jonah scoprono che Nomad si trova a qualche centinaio di chilometri dal loro itinerario, decidono di fare una deviazione e andare a scoprire di chi o cosa si tratta. Lì saranno vittime di una presunta abduction, e in seguito rinchiusi in una base sotterranea da parte del governo statunitense, dove il dottor Damian (Laurence Fishburne) cercherà di capire cosa sia successo…

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Scrivere in questo momento di William Eubank e dei suoi film è scrivere dell’orizzonte della fantascienza indipendente americana. E questo non soltanto dal punto di vista dei numeri, delle economie e delle sovrapposizioni che esistono con l’Hollyood delle grandi produzioni – il più recente e importante caso è quello di James Gunn e i Guardiani della Galassia, che dal sesso non-consenziente tra supereroi di Super e le blatte spaziali di Slither è adesso la punta più avanzata della sofisticata strategia della “Fase Tre” del Marvel Cinematic Universe –, quanto delle direzioni concettuali ed estetiche proprie di questo particolare segmento del cinema americano. Perché è evidente come l’affiliazione primaria dei due lavori di Eubank non sia solo e soltanto al genere fantascientifico, ma affondi le sue istanze di scrittura e regia in quella bolla tridimensionale – per molti pronta ad esplodere o già esplosa – che è il cinema indipendente targato Sundance.

La periferia cittadina e la provincia americana, personaggi non allineati alla socialità e alla cultura dominanti, vicende quotidiane che raggiungono un’eccezionalità durante la narrazione: classici topoi che pervadono titoli come Safety Not Guaranteed, Sound of My Voice e The Fourth Dimension, pellicole fantascientifiche che si inscrivono pienamente nel regime formale e produttivo dell’ombrello-Sundance.

 

E The Signal ne è l’ultima tacca, un genre-bending movie che mette assieme il road, il pov e l’abduction, al cui centro stanno le vicende dei tre protagonisti, ordinari studenti universitari presi nel coming of age di un cambio di vita, di relazione, di futuro. Quello che attraversa la sceneggiatura di Eubank, di suo fratello Carlyle e di David Frigerio, è proprio l’umana quotidianità del trio, mostrato inizialmente alla prese con semplici cose come un viaggio, un’amicizia, un amore. Una volta messo in moto il meccanismo sci-fi, le cose non cambiano, con il protagonista Nic intento a ritrovare solo e soltanto questo aspetto della loro storia, della loro vita, l’amico Jonah, l’amata Haley. L’attenzione di Eubank è sempre rivolta a questo nucleo emozionale, lo era maggiormente in Love e lo è adesso in The Signal, dove viene a galla in contrapposizione con tutto quello che circonda Nic, Haley e Jonah, dallo spazio desertico del Nevada alle antiquate strutture governative, dalle manipolazioni fisiche e sensoriali all’assenza di una vera e propria risposta. Che Eubank suggerisce, accenna, in un impianto visivo curatissimo eppure non invadente, risultato di un budget di appena quattro milioni di dollari sfruttato fino all’ultimo per costruire non il generale ma il particolare – le tute, gli interni –, un quotidiano che a tratti diventa eccezionale, ma realistico, umano.

 

 

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