HORROR & SF – Freddy Krueger e l’eredità di Nightmare

2Si avverte talvolta la necessità di ritornare su un titolo, un filone, un genere che ha segnato il proprio percorso di spettatore. Perché solamente attraverso quella giusta distanza maturata con il trascorrere del tempo, in alcuni casi, è possibile riconoscere l’importanza di un progetto e la portata della propria eredità su quello stesso immaginario che ha contribuito a formare. Se c’è un genere che è riuscito a raccontare gli anni Ottanta nella loro declinazione più oscura e sottopelle, questo è stato sicuramente l’horror americano: in un periodo in cui tutto il cinema (anche quello più mainstream) era libero di sperimentare e osare in risposta ai pericoli rappresentati dal Reale, il fantastico veniva additato e processato sulla pubblica piazza, trasformato in capro espiatorio per tutti quei peccati dei quali in realtà si faceva specchio, conseguenza. E allora ritornare su una saga come quella di Nightmare, oggi, non significa cercare di trovare a tutti i costi una chiave di lettura inedita e originale, bensì riconoscere il ruolo di icona di un personaggio – Freddy Krueger – che più di tutti gli altri sembra aver incarnato le paure e i timori di un’epoca. Film come Halloween e Venerdì 13 hanno riscritto le regole del genere, facendo dello slasher una sorta di universo a sé stante nel quale un’intera generazione di ragazzi è stata trasformata in vittima sacrificale, con tutte le incomprensioni e le accuse del caso (sessuofobia, moralismo, bigottismo); ma analizzando queste serie nella loro totalità, e senza fermarsi necessariamente al giudizio sui singoli capitoli, nessuna di loro ha avuto la stessa dirompenza e – perché no – carica drammatica di quella iniziata da Wes Craven nel 1984 con Nightmare – Dal profondo della notte. E i motivi sono molteplici: innanzitutto per il carisma del personaggio, molto più complesso e caratterizzato rispetto ai vari Michael Myers e Jason Voorhees. Con Krueger si recupera il ruolo dell’uomo nero, del mostro classico dalla statura tragica, assente sui grandi schermi in una veste inedita e originale almeno dai tempi dei vari Frankenstein, Dracula, Uomo lupo et similia, tutte figure comunque derivanti in larga parte dalla tradizione letteraria europea; un personaggio incredibilmente innovativo anche nell’aspetto esteriore e iconografico, con le ustioni e il celebre guanto artigliato, pronto per 3entrare di diritto nell’immaginario collettivo dei grandi mostri del Novecento. Da non sottovalutare, poi, il contributo dell’uomo dietro la maschera: a differenza infatti di Michael e Jason, interpretati da attori e stuntmen senza volto tranquillamente intercambiabili tra loro, Freddy Krueger è sempre stato Robert Englund, e nessun altro (fatta eccezione per il remake del 2010, ovviamente). Ma il cuore dell’operazione del film di Craven risiede soprattutto nella sua connotazione politica e sociale (in tempi in cui si poteva ancora parlare di horror politico e sociale a ragion veduta, e non a sproposito come a volte sarebbe capitato in seguito), mettendo in scena la storia di una vendetta riversata su chi non ha colpe: Freddy uccide i figli degli uomini che lo hanno bruciato vivo, e lo fa nell’unica dimensione nella quale, prima di allora, ci si poteva sentire veramente al sicuro dagli orrori del mondo esterno, ovvero la dimensione dei sogni. Le colpe dei padri ricadono ancora sui figli, insomma, e la generazione dei primi non è certamente una qualsiasi: è quella del Vietnam e degli anni dei grandi cambiamenti sociali che sconvolsero l’America, alla quale oggi il mostro preclude qualsiasi forma di prosecuzione, sterminandone la progenie. Una generazione di genitori assenti, separati o addirittura alcolizzati, incapaci di garantire la sopravvivenza di schiere di giovani che, lungo tutto l’arco coperto dal decennio, si ritroveranno decimati e fatti – letteralmente – a pezzi. È proprio questo l’aspetto che oggi colpisce di più in tutta la saga, a trent’anni di distanza dal primo capitolo: la sensazione opprimente di caducità e di precarietà di queste giovani vite, la cui morte inevitabile e precoce si trasforma nel simbolo di un’epoca che nascondeva le proprie efferatezze dietro l’edonismo e il lusso sfrenato, come una corsa sfrenata nel buio della notte che non può che concludersi con uno schianto (che poi si è effettivamente avverato, in molteplici sensi e sfumature).

7Nonostante il buon successo nelle sale, la New Line decise di proseguire la saga estromettendo Wes Craven dal processo creativo: venne così messo immediatamente in produzione un seguito che vide la luce l’anno successivo, Nightmare 2 – La rivincita, scritto da David Chaskin e diretto da Jack Sholder. Cercando un’antologia critica dell’epoca, si può notare immediatamente come e quanto il film sia stato oggetto di stroncature pressoché da tutte le parti: accusato di ripudiare quanto di buono c’era nell’originale e di battere territori molto più convenzionali, il film di Sholder è stato frettolosamente etichettato come un episodio da dimenticare, e così è stato. Eppure, affrontandolo oggi con sguardo nuovo e scevro da pregiudizi, appare tutt’altro che trascurabile: in maniera certamente differente rispetto al capolavoro di Craven, anche Nightmare 2 parla tantissimo di quell’epoca, inserendosi perfettamente all’interno di un discorso sul corpo e la carne che, senza azzardare paragoni scomodi, affronta comunque un disagio e un’urgenza in maniera intelligente e non banale. Eliminata quasi totalmente la componente onirica (Freddy si impossessa del corpo di un adolescente per poter perpetuare gli omicidi), al punto da essere considerato da molti quasi un episodio spurio all’interno della saga, il film è innanzitutto la storia della contaminazione di un corpo con un altro, di un elemento esterno pronto a infiltrarsi sottopelle e a mettere a ferro e fuoco le certezze ben radicate nella società. Non è un caso che sia considerato uno dei più importanti horror a tematica omosessuale: nel bel documentario Never Sleep Again: The Elm Street Legacy Jack Sholder afferma di non averci minimamente fatto caso all’epoca delle riprese, ma appare difficile credergli dal momento che la tensione omoerotica raggiunge picchi difficilmente raggiunti in precedenza sul grande schermo. “Something is trying to get inside my body!”, grida disperatamente il protagonista poco prima di lasciare spazio all’entrata in scena di Freddy attraverso la propria carne, ed è il campanello di allarme di un sentire la normalità (intesa nel senso di ordine precostituito) minacciata dalla presenza di un agente del caos volto a sconvolgerne drammaticamente gli equilibri. “Siete tutti figli miei”, dice Freddy nella sequenza in piscina (un momento squisitamente eighties), ed è un j’accuse all’american way of life difficilmente equivocabile.

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Un capitolo totalmente alieno rispetto all’andamento generale della saga, che con il terzo film, Nightmare 3 – I guerrieri del sogno, vede invece il rientro in scuderia di Craven (in veste di produttore e cosceneggiatore), gettando quelle che saranno le linee guida generali da lì in avanti: la dimensione onirica torna ad assumere una valenza preponderante, ancora più che nel primo film, guadagnando molto sull’aspetto visivo e sull’utilizzo degli effetti speciali, a metà tra innovazione e omaggio al classico (la sequenza dello scheletro di Freddy in stop-motion). Il film di Chuck Russell si configura quindi come una sorta di nuovo inizio per la saga, recuperando il personaggio di Nancy Thompson che però morirà nel finale, decisamente poco consolatorio (come quasi tutti gli altri, del resto). La continuity comincia ora a farsi più serrata, e il successivo Nightmare 4 – Il non risveglio riprende infatti tutti i sup4erstiti del precedente, uccidendoli però nella prima mezz’ora di film (e il body count totale è tra i più alti di sempre). Generalmente sottovalutato, il film di Renny Harlin è invece tra i più interessanti della serie, e certamente il più drammatico; quello dove la caducità accennata sopra viene sviluppata in maniera più coerente: basterebbe quella breve carrellata sulle lapidi dei personaggi al cimitero, nella sequenza del funerale del fratello della protagonista, a testimoniare l’olocausto generazionale intorno al quale ruota tutta la vicenda. “We’re living in desperate times, these are desperate times my dear. There’s no way out of here, there’s no way out my dear” cantano i Divinyls nella bella colonna sonora, e sono parole che sembrano rappresentare benissimo il pessimismo e l’arrendevolezza nei confronti della morte che si respira in ogni sequenza. Non mancano alcune cadute di tono, è vero, ma la regia di Harlin è sufficientemente dinamica da tenere alta l’attenzione, con alcuni spunti ironici che non guastano (il cadavere di Freddy viene riportato in vita dalla pipì di un cane di nome… Jason). Gli incubi personificati da Krueger non portano soltanto morte, ma anche il timore di una vita priva di speranze e aspettative (si veda a tal proposito la lunga sequenza nel cinema, nel quale la protagonista si trova faccia a faccia con sé stessa invecchiata), fino a una trasformazione kafkiana in scarafaggio che rimane tra le sequenze più memorabili di tutte.

I capitoli successivi (Nightmare 5 – Il mito e Nightmare 6 – La fine) metteranno purtroppo in secondo piano la portata dialettica della saga, concentrandosi sulla visionarietà degli omicidi (nel quinto soprattutto, con una lunga sequenza finale debitrice di Escher) e sulla progressiva trasformazione del personaggio di Freddy, divenuto ormai una sorta di commediante grottesco che non riesce più a incutere paura. Di Nightmare 6 rimane impressa soprattutto la libertà di scrittura, facendone una sorta di film-videogame 8(in tutti i sensi, basti pensare alla sequenza ambientata all’interno di un videogioco) che forse nel 1991 poteva essere in anticipo sui tempi, ma oggi appare decisamente zoppicante e privo di mordente. Discorso diverso invece per lo straordinario Nightmare – Nuovo incubo, vero e proprio ritorno in grande stile per Wes Craven, che però lavora sull’importanza del personaggio (e del cinema dell’orrore in generale) all’interno dell’immaginario collettivo, due anni prima di Scream e con risultati molto più profondi (ne parla dettagliatamente Davide Di Giorgio qui).

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Anche considerando i segmenti meno riusciti, comunque, non si può fare a meno di constatare quanto questa serie sia riuscita a mettere in scena un universo di paure e angosce che ancora oggi, rivedendola integralmente a distanza di tanti anni, non smette di raccontare un Paese paralizzato dai suoi stessi incubi. Un fenomeno unico all’interno della cinematografia dell’orrore, fortemente contestualizzato nel suo decennio di appartenenza senza per questo apparire datato; quindi, anche l’ulteriore dimostrazione che il remake del 2010 è stato un fallimento inevitabile perchè traslato in un’epoca che non gli appartiene, laddove altri film e altri registi sono riusciti invece a raccoglierne l’eredità guardando in faccia la propria contemporaneità (un titolo su tutti, lo straordinario It Follows).

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