Hotel Artemis, di Drew Pearce

Il programma Artemis è un progetto sviluppato dalla Nasa che prevede lo sbarco della prima donna sulla Luna entro il 2024. E proprio nei giorni in cui si festeggia il cinquantenario da quella straordinaria frase che celebrava «piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità», nelle sale sbarca (e mai scelta del verbo fu più felice…) un film titolato proprio Hotel Artemis.

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Protagonista, manco a dirlo, un’energica infermiera interpretata da Jodie Foster che, nell’inferno disptopico che è diventata Los Angeles, gestisce un gigantesco ospedale con un’altrettanto titanica insegna al led. Clienti affezionati della clinica sono i migliori criminali della città ed in quel buio mercoledì notte del 2028 il via vai nello stabile pare proprio non placarsi mai.


In un crossover immaginario con Il silenzio degli innocenti di Demme verrebbe quasi da esclamare che la Clarence Starling che un tempo era alle prese con Hannibal Lecter oggi abbia fatto carriera, maneggiando le più sofisticate apparecchiature che la biomedica possa aver messo in circolazione.
Del resto, già dalle prime battute Hotel Artemis parte come un lavoro che guarda al passato con nostalgia, caratterizzando – per dirne una – scena e personaggio principale tramite l’utilizzo di California Dreamin’ dei Mamas & Papas mentre, fuori dall’ex hotel, la città è messa a ferro e fuoco da manifestanti che rabbiosamente chiedono al governo acqua pulita.

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Hotel Artemis
In pratica quindi il futuro auspicato da Drew Peace (che è anche il solo sceneggiatore del film, nonché autore dell’imminente spin-off di Fast and Furious) è un posto molto vicino alla Flint raccontata da Michael Moore in Fahrenheit 11/9, in cui la gente si ritrova a dover imbastire manifestazioni anarco-insurrezionaliste per poter bere un semplice bicchiere d’acqua non contaminata.

L’infermiera si vede testimone della deriva ripetendo tra sé che «è solo un mercoledì come tanti».
La verità invece è che – come per Watchmen di Alan Moore, i cui memorabili titoli di testa hanno invece Bob Dylan per sottofondo – il ricordo di un passato mitico per lei conta e non poco.
Ed è forse questo continuo rimpallo tra il futuro immaginato ed il futuro reale la cosa più interessante di Hotel Artemis, che fa della dieresi tra il mondo desiderato negli anni ‘70 e quello decrepito della contemporaneità la sua cifra caratteristica più distinguibile. 

Ciò che funziona meglio nella sceneggiatura di Drew Peace è proprio la cornice, la scelta di rendere Los Angeles, città dei sogni per eccellenza, il teatro di una ucronia spietata in cui il postmodernismo elevato al quadrato fa della legge del taglione la sola regola morale degna di essere (e)seguita.
Per quanto il led ad intermittenza che sovrasta il palazzo indichi lo stesso titolo del film, diventa quasi un dispiacere doversi rinchiudere nei tredici piani dell’hotel per seguire gli sviluppi di una trama evidentemente meno stuzzicante rispetto all’orgia di input provenienti dalla strada.

Allora non è forse un caso che il finale sia ambientato proprio in esterna, tra le macerie di una città che pare ripresa da Figli degli uomini. Sarà mica il segno di un possibile secondo episodio girato on the road?

 

Titolo originale: id.
Regia: Drew Pearce
Interpreti: Jodie Foster, Sterling K. Brown, Sofia Boutella, Jeff Goldblum
Distribuzione: Leone Film Group
Durata: 94′
Origine: USA, 2019