Hotel Gagarin, di Simone Spada

“La terra vista dallo spazio è un posto senza frontiere né confini”. Simone Spada prende le famose parole del cosmonauta sovietico Jurij Gagarin per far decollare il suo nuovo film, Hotel Gagarin, sempre alla ricerca di un senso di felicità fugace, parte di una dimensione siderale, ignota e irraggiungibile. Ma per poter vedere meglio il tutto, senza far caso ai dettagli e alle imperfezioni, bisogna sempre guardare da lontano? Come se in questa impossibilità si trovasse anche la propria mobilità, la costruzione di Spada – nello stesso spirito e le “buone intenzioni” del suo film precedente, Main – La casa della felicità utilizza lo spazio fisico, chiuso e determinato come prospettiva di riscatto, come luogo/santuario dove sviluppare una zona a parte, protetta dal mondo e senza confini apparenti.

In questo nuovo tentativo d’approccio, cinque italiani delusi e sfortunati – Nicola (Giuseppe Battiston), aspirante regista e fissato con l’Unione Sovietica, il fotografo Sergio (Luca Argentero), il tecnico del suono Claudio Amendola, Valeria (Barbora Bobulova), fredda e cinica produttrice e Patrizia (Silvia D’Amico), prostituta e attrice all’improvviso – vengono mandati a girare un film in Armenia. Quando nel paese scoppia la guerra, la troupe si trova abbandonata sull’isolato Hotel Gagarin, senza comunicazione e circondato dalla neve. Mentre cresce la loro disperazione, le richieste dei rifugiati del paesino affianco – far girare i loro sogni cinematografici dai “registi” italiani isolati in albergo – diventerà un inaspettato modo di avvicinarsi a una forma di felicità.

Nella sua espansione, l’Hotel Gagarin comincia a diventare anche il Grand Budapest Hotel, l’Overlook Hotel, l’Hotel des Bains, eppure l’Hotel der Oper di Il portiere di notte. Tutto parte di una dimensione chiusa e continua, un posto fatto di spettri, fantasmi, storie e sogni finiti, dove i personaggi sembrano di stare in una sorta di loop, dove le tracce delle possibilità si muovono in una illusione di continuità, ma rimanendo sempre chiuse dentro le stesse pareti. Seguendo questa dinamica, Hotel Gagarin comincia pure a diventare un riflesso di se stesso, delle sue pretese, ambizioni e soprattutto delle buone intenzioni, che finiscono per ammorbidire ancora di più una consistenza già abbastanza edulcorata.

Forse il punto di fuga di Hotel Gagarin è, paradossalmente, quello che sembra  essere il suo leit motiv: le buone intenzioni. Dei protagonisti, che trovano un senso nel soddisfare i sogni alieni, con la palese speranza di riempire anche un pezzo della loro  infelicità. Del regista, che attraverso l’approccio redentore alla solitudine, angoscia e inerzia delle vite che ha deciso di raccontare, prova a raggiungere ogni livello, traccia e attimo di insoddisfazione e non lasciare niente irrisolto. Le buone intenzioni di un film che, nelle parole dello stesso Spada, “non parla di cinema ma lo usa come pretesto, come possibilità di esplorazione, di emozione, di incontri“.

Utilizzare il cinema dentro il cinema come pretesto, sia come motivo in sé oppure come strumento di mobilità verso un’altra direzione, può diventare un’arma a doppio taglio. Se funziona, può trasformarsi in un atto fondamentale, pure vitale, che nella sua entropia permette la propria espansione per poi non scomparire più. Altrimenti, rischia di diventare troppo evidente fino ad arrivare a un punto senza ritorno, sottolineando la ricerca di un senso, di un’originalità. Sminuendo poi la possibilità di dare quel passo in più, quello che consente di attraversare la soglia dell’albergo, trapassare la sospensione fantasmagorica e correre verso il bosco, il mare, la neve, quei posti vivi, senza confini, dove nemmeno si riesce a identificare l’orizzonte.

In una delle scene più riuscite del film, mentre tutti vogliono diventare John Wayne o Marilyn Monroe, un abitante del villaggio chiede ai “fabbricanti di sogni” di riprodurre Viaggio sulla Luna di George Méliès, dove lui vuole essere il protagonista. E appunto, fu precisamente Méliès il primo a trovare la vera magia, l’illusione definitiva, che non è tanto la facoltà di eseguire una performance alla perfezione, ma l’arte di non svelare il trucco. Spinto da una buona idea e lasciando pure un sorriso in faccia, il film di Spada galleggia in queste acque, tra magia e trucco, tra scioltezza ed artefatto, tra originalità e modello, tra possibilità e riflesso. Come se fosse un razzo spaziale che vuole arrivare fino alla Luna, ma rischia di rimanere soltanto un bell’oggetto di scena.



Regia: Simone Spada
Interpreti: Luca Argentero, Giuseppe Battiston, Claudio Amendola, Barbora Bobulova, Silvia D’Amico, Caterina Shulha
Origine: Italia, 2018
Durata: 93′
Distribuzione: Altre Storie