House of Gucci, di Ridley Scott

“Non sono copie, sono repliche”, dice Al Pacino delle borse Gucci tarocche: tra originale e falso d’autore si rinnova la poetica di Ridley Scott nell’epoca della serialità alla Ryan Murphy

Gioielli e fama
Vuitton e Prada
Non conta nada
Se tu non sei con me
Qualcuno in meno
Qualcuno è in cielo
Ho il cuore pieno
Non voglio nuovi friends

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Se le case di moda sono ormai terminologia buona per lo streetwear e la trap (quanti ritornelli con gucci abbiamo?), il cinema è invece ancora un bene di lusso? La risposta è forse nel rapporto rinnovato tra i nuovi formati dell’entertainment e lo storytelling fashion, con Van Sant, Jarmusch, Korine ecc che girano video per i brand dell’haute couture, i documentari d’autore, le miniserie televisive. Ridley Scott affronta la questione con il piglio di chi era già da queste parti alle origini della liaison. E allora. Quando Aldo Gucci difende le copie tarocche di accessori griffati che lo stesso brand ha fatto sì che invadessero i marciapiedi, in qualche maniera sta anche indicando una definizione precisa della poetica di Scott sin dagli esordi: “non sono copie, sono repliche”. Da Blade Runner a Tutti i soldi del mondo, la tensione sotterranea nelle opere del cineasta è sempre quella che si agita tra originale e falso (d’autore?), come Baby can I hold you di Tracy Chapman ma nella versione di Pavarotti & Friends che chiude il film, esplicitando definitivamente l’operazione effettuata sul linguaggio di House of Gucci, la lingua e l’immaginario italiani di riferimento, vicini appunto proprio ai cacofonici ibridi degli show di beneficenza catodica del tenore.
E la villa di Rodolfo Gucci è in quest’ottica esattamente la stessa di J. Paul Getty, attraversata dai caratteristici fasci di luce che tagliano le stanze buie di Scott da decenni, dove il patriarca depositario dei pezzi unici ammuffisce tra filmini di famiglia e metri di pellicola appesi, ultimo esemplare assediato da “un mondo di mediocri”.

Tutti gli altri sono impostori, e anche questo Scott lo dichiara da subito, con la festa in maschera in cui Maurizio e Patrizia si conoscono, dove lui apostrofa lei come “Elizabeth Taylor” e lei scambia il rampollo per il barman del party. D’altronde, l’epoca stessa della vicenda è decisamente astratta, in una sorta di crossover spaziotemporale tra un Pane, amore e… e un Vanzina prima maniera, l’amplesso selvaggio sul tavolo da lavoro non sai se omaggia il Postino di Rafelson o più i Girotti e (soprattutto) Calamai di Ossessione (sempre per restare sulle traduzioni sovraoceaniche). Sono contraffatti le firme, i bilanci, i capitali stranieri che rilevano un marchio ormai martoriato – neanche i malocchi della cartomante tv Pina Auriemma funzionano per davvero, alla fine bisogna ricorrere a killer in carne e ossa, in un meeting “clandestino” in cui Reggiani e la maga (la vera grande coppia del film) sembrano per un attimo la reincarnazione di Thelma & Louise.

Si tratta di un discorso che Scott porta avanti da sempre, fino agli anni recenti dei geni della truffa, dei body of lies e dei counselor – per non dire di American Gangster che è davvero un film concettualmente vicinissimo a Gucci: se lo sguardo che ha “inventato” gli anni ‘80 del cinema hollywoodiano sembra aver ritrovato una certa guascona spudoratezza, gran parte del merito (qualcuno direbbe della colpa) è della nuova rutilante generazione della serialità “patinata” (ma quanta abissale differenza c’è tra la televisione da cui partivano i fratelli Scott e questa?), come notammo già per Tutti i soldi del mondo e Last Duel. Eppure, più che alle varie American Crime Story di Ryan Murphy (il primo ad aver scommesso sullo strepitoso magnetismo di Gaga attrice in una delle sue stagioni horror), House of Gucci sembra allora voler, appunto, replicare il cinema in ogni sua trovata: l’inaccettabile Paolo Gucci di Jared Leto assume un’anima molto più fragile se lo vediamo come “doppio” (e qui il look è rivelatorio) del Fredo Corleone di John Cazale – Pacino replica addirittura l’abbraccio addolorato al fratello/figlio traditore (“mi hai spezzato il cuore”), in un riferimento fin troppo scoperto.
Per il resto, Lady Gaga attinge per tutta la prima parte alla sua abituale auto-fiction di ragazza che ha dovuto costruire contando solo su sé stessa la propria strada al successo partendo dalle periferie dell’impero. Mentre Adam Driver è anche stavolta l’unico ad aver preso sul serio la questione – il film decide di non spingere troppo sul lato true crime e finisce così per girare un po’ a vuoto, ma è tutto un lucido affastellarsi di entrate in scena ad effetto, uscite trionfali, palchi, quinte e ribalte, passerelle vere o allegoriche, show e messinscene, sequenze ossessive di uomini che giocano e si azzuffano come bambini. Uno scherzo?

Titolo originale: id.
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Jeremy Irons, Salma Hayek, Jack Huston, Camille Cottin, Madalina Ghenea, Reeve Carney, Youssef Kerkour, Vincent Riotta, Andrea Piedimonte
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 158′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
2.27 (45 voti)
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