"Hulk", di Ang Lee

Quello di Ang Lee è un cinema votato alla freddezza, all'impersonalità, alla distanza. La sua opera migliore (Tempesta di ghiaccio) non a caso suscita sin dal titolo una cristallizzazione del corpo in soglie di appartenenza mai date per intere. Poi ci troviamo di fronte ai voli pindarici de La tigre e il dragone (furbissima e abile miscellanea di luoghi appartenenti ad un altro cinema) e ci viene in mente allora che in fondo il cinema si nutre di corpi, alimentandoli però al tempo stesso (nel migliore dei casi) di un sacro e genuino furore, tanto da abolire discendenze e dinastie visive. In Hulk però è come se Lee mettesse il pilota automatico, rinunciando allo sguardo e inanellando una serie di immagini goffe e pretenziose, pervase da una diffusa tendenza a esaurire ogni possibile sbocco della scena in un luogo chiuso, ovattato, neutro, lontano mille miglia da ogni partecipazione attiva al racconto. Non è un caso allora che l'opera pulluli di riferimenti letterari che creano appunto come una cortina fumogena di rimandi (la tragedia greca, la psicoanalisi e così via), appunto inerti, rimasugli sbiaditi di un cinema che disconosce il corpo (anche gli inserti iniziali e quelli finali con l'immagine originali del fumetto non sono che una sorta di riallacciamento fasullo ad una pretesa onestà nei confronti della storia originale), filmando un'assenza (nei momenti in cui appare il gigante verde) che non ha nulla a che vedere ad esempio con la reale tragicità verhoeviana di L'uomo senza ombra, mai in grado di tradursi in spontaneità, trasporto, tenerezza. E' un manifesto programmatico l'Hulk di Lee, uno scritto senz'anima che non conosce mai la forza dirompente dell'immagine (la trasformazione del protagonista impallidisce solo al confronto con quella ben più sentita e artigianale dell'Hulk televisivo interpretato da Ferrigno), ma soltanto la ripetizione coatta di blocchi narrativi isolati, scritti e risolti in fase di preparazione, senza che il set riesca mai a trasformarne il contenuto in forma libera e suadente (lo stesso impasse del terribile Cavalcando col diavolo). Non c'è davvero vita nell'universo di cartone che campeggia nel racconto, proprio perché Lee raffredda ogni propulsione, bloccando la tensione pur lontanamente esistente della scena in una mortuaria catena di cause ed effetti, con un atteggiamento assolutamente snob, distaccato, insofferente nei confronti del farsi sangue e viscere del cinema (quelle che affollavano, dolorose e inquiete, l'immenso Spiderman di Raimi). Ci troviamo insomma dalle parti di un universo di cartone, cumulo sin troppo ordinato e asettico di luoghi mai davvero generativi (il laboratorio del protagonista, il set familiare, l'esterno rappresentato dalle esplosioni verticali dell'altra metà del protagonista), appunto perché affioranti come segni preoccupanti di uno sguardo sempre più limitato, emblema significativo di un orizzonte filmico da cui ci sentiamo respinti.


Titolo originale: The Hulk


Regia: Ang Lee


Soggetto: Jack Kirby, Stan Lee


Sceneggiatura: James Schamus


Fotografia: Frederick Elmes


Montaggio: Tim Souyres


Musiche: Micheal Danna


Scenografia: Rick Heinrichs


Costumi: Marit Allen


Interpreti: Eric Bana (Bruce Banner/Hulk), Jennifer Connelly (Betty Ross), Sam Elliott (Generale Thunderbolt Ross), Josh Lucas (Maggiore Glenn Talbot), Nick Nolte (Dr. David Banner), Brooke Langton (Jennifer Sussman), Sasha Barrese (Alice), Cara Buono (Edith Banner), Lou Ferrigno (Capo della sicurezza)


Produzione: Universal Pictures/Marvel Entertainment/Pacific Western/Valhalla Motion Pictures/Good Machine


Distribuzione: UIP


Durata: 138'


Origine: USA, 2003