Human flow, di Ai Weiwei

La multiforme attività artistica di Ai Weiwei include il cinema tra le prime opzioni e il suo film, in concorso nella sezione principale dell’ultima Mostra di Venezia, nasce da un accurato lavoro preparatorio e da una lunga frequentazione del tema dei migranti per ragioni di persecuzione, essendo stato egli stesso costretto a fuggire dalla sua Cina a seguito della sua attività politica e artistica.
Dal Pakistan al Kenia, dall’Italia agli Stati Uniti Human flow sembra volere costituire con il suo sguardo mai distratto un instant movie su quella che è la situazione dei flussi migratori sul nostro pianeta. Weiwei assume la posizione concreta ed evita ogni pronostico per una impossibile soluzione al problema. Lo stato di guerra diffuso nel mondo, le differenze economiche sempre più marcate e il mutamento radicale delle condizioni di vita dei Paesi più svantaggiati a causa dei mutamenti climatici, spingeranno un numero sempre maggiore di persone (oggi siamo a circa 34.000 persone che ogni giorno lasciano i luoghi di vita) a cercare migliori condizioni di vita.
Human flow ha il pregio di non lasciarsi mai andare alla compassione e di avere sempre uno sguardo ad altezza d’uomo, il che gli permette di farsi perdonare qualche eccesso di ricerca della “bella immagine” ad ogni costo anche se nata in un contesto così drammatico.

È proprio su questo specifico aspetto che va però fatta una riflessione. La ricerca estetica di Weiwei, certamente apprezzabile, costituiHuman flowsce, come sempre in queste occasioni, un surplus forse non necessario, addirittura non richiesto, in quanto elemento pericoloso nell’interpretazione della intera costruzione. Pur con i suoi meriti la questione che riguarda direttamente anche questo film, come sempre, ci lascia perplessi. Troppi droni in volo, troppa enfasi e qui, contrariamente al resto in cui appare diverso e quasi opposto il senso complessivo della realizzazione, troppo egocentrismo artistico.
Una secondo dubbio riguarda il ruolo del tutto marginale che nel film ha avuto l’Italia. Lungi da ogni banale campanilismo o peggio, da qualsiasi becero patriottismo, il problema delle migrazioni e dei flussi, in Italia e soprattutto al meridione, per ragioni puramente geografiche, è stato in questi anni e continua ad esserlo, particolarmente duro e durissimo è il lavoro di chi si dedica all’accoglienza. D’altra parte i nostri luoghi hanno subito, proprio a causa di questa epoca migrazione, una trasformazione anche “urbanistica”. Tutto questo nel film è appena accennato, relegando la posizione italiana che ha dovuto opporsi anche ad una straripante indifferenza europea, solo a qualche minuto di immagini quasi anonime.
Pur con queste riflessioni che sintetizzano un disagio da spettatore, il film possiede indubbiamente i suoi aspetti pregevoli.
Uno dei suoi pregi silenziosi è quello di avere dato rilievo al mutamento del paesaggio che i flussi migratori hanno causato. Come si diceva paesaggi e luoghi modificati nel microcosmo urbano, ma anche nel macrocosmo del deserto, ad esempio, con i nuovi insediamenti che modificano perfino lo sguardo che accoglie la grandezza e l’immenso suo distendersi. Human flow riesce a catturare queste mutazioni facendole diventare protagoniste degli effetti che ne derivano

Narrativo senza essere cronachistico e con una prospettiva davvero globale senza averne fatto un diario di viaggio, Human flow ha saputo guardare al presente per raccontare anche la disperazione, senza concedere troppo alla speranza se non a quella della riaffermazione dei diritti dell’uomo che restano sempre calpestati. Tutto ciò nonostante le premesse umanitarie da tutti condivise su cui si formano le Carte fondamentali che dettano le regole e i principi per la convivenza nel mondo.
L’obiettivo del regista cinese è quello di offrire al mondo una panoramica di diritti umani negati e in questa continua negazione dell’umanesimo necessario, sembra essersi formata la vera globalizzazione del rifiuto di ogni diversità culturale. Il film non fa mai cenno all’affermarsi di nuove barbarie, ma sembra doverlo ammettere per via indiretta nel momento in cui milioni di persone sono costrette ad una vita inumana in varie parti della nostra Terra, pena una forzata invisibilità che li fa scomparire come singole entità agli occhi del mondo.
Weiwei non differenzia il proprio sguardo e con il suo volo d’uccello, nonostante la modalità espressiva risulti per quanto affascinante, un po’ abusata, sembra rimpicciolire davvero il mondo, con la capacità di offrirne una visione del tutto alternativa, in cui sembra essere assente ogni desiderio di benessere se non quello che dovrebbe essere garantito in virtù del rispetto dei diritti fondamentali.
Non vi è dubbio che le immagini di Weiwei abbiano una sensibilità particolare e il suo stesso mettersi in gioco rappresenti, ancora una volta, il desiderio di partecipazione senza Human flow, Venezia74alcuna voglia di esibizione. Una volta tanto, per un tema così radicalmente dirimente per gli assetti del mondo nel futuro, si ha l’impressione di volere ragionare “a bocce ferme” nonostante il crescere dei flussi delle migrazioni.
Vediamo volti e disastri, feriti e persone che provano a proseguire con dignità la propria vita nelle tendopoli o negli alloggi di fortuna che vengono allestiti. In altre parole sembra vedere il proseguire della vita oltre le guerre e le persecuzioni, come spesso accade in questo cinema che getta un occhio sulla contemporaneità drammatica del nostro pianeta, ma lo vediamo, questa volta, senza alcuna falsa poesia, tranne quella che scorre in sovrimpressione e purtroppo senza nessuna ombra di falsa speranza, ma al contrario con la consapevolezza di uno stato di urgenza ormai superato.
Human flow non distribuisce quindi alcun falso ottimismo di alcuna inutile fiducia nel futuro.

Titolo originale: id:
Regia: Ai Weiwei
Distribuzione: 01
Durata: 140′
Origine: Germania, USA, 2017