Hustle, di Jeremiah Zagar

Un dramma sportivo costruito seguendo il manuale della perfetta epopea sportiva, aggiornata però alla contemporaneità e con il solito Sandler, pronto a far deragliare dai soliti binari. Netflix

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Ogniqualvolta escono film della linea “seria” della carriera di Adam Sandler, a cui può essere ascritto Hustle di Jeremiah Zagar, le lodi all’attore e sceneggiatore di Un weekend da bamboccioni sanno di velate ammonizioni per le sue performance più demenziali. Eppure, è qualcosa di più di una semplice suggestione pensare a Sandler come a un vero e proprio autore (come abbiamo cercato di mostrare nel nº 6 del cartaceo). Le opere in cui compare il suo nome, che sia in veste creativa o produttiva, esplorano tematiche ricorrenti e questo dramma calato nel mondo dell’NBA disponibile da poco su Netflix non fa eccezione.

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Stanley Sugerman gira il mondo alla ricerca di talenti per i Philadelphia 76ers, anche se il suo desiderio è quello di tornare sul parquet che un gravissimo infortunio gli ha negato. Un sogno che sembra realizzarsi quando viene promosso ad assistant coach dall’anziano presidente. La morte improvvisa di quest’ultimo e l’ascesa alla guida della franchigia del suo arrogante figlio cambiano però le carte in tavola: per tenere il posto da allenatore in seconda deve prima trovare il giocatore che farà vincere il titolo alla squadra. Stanley è costretto così a riprendere le sue peregrinazioni, che lo portano in un campetto di cemento in Spagna. È qui che viene folgorato dal talento di uno sconosciuto Bo Cruz, è lui l’anello mancante per vincere. Ora rimane da convincere la dirigenza.

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Pur concentrandosi sul dietro le quinte dell’NBA, con Hustle non siamo certo dalle parti del radicalismo di un High Flying Bird di Steven Soderbergh. Il gesto atletico non viene mai relegato al fuoricampo, anzi è quasi sempre al centro del palcoscenico. La messa in scena, tra una citazione a Rocky e una a Toro scatenato, è molto attenta a restituire la materialità dei corpi e del sudore. La trama stessa sembra costruita seguendo tutti i crismi della perfetta epopea sportiva, con allenatore e giocatore che crescono imparando lezioni importanti l’uno dall’altro. È comunque tangibile la volontà di aggiornare il paradigma alla contemporaneità, motivo per il quale alla sceneggiatura compare Taylor Materne, autore della story mode del videogioco NBA 2K20.

Che il basket statunitense sia ormai un’industria più vicina allo spettacolo che allo sport sembra una consapevolezza ormai acquisita per Hustle. Non c’è più bisogno di attori che interpretino cestisti, come dimostra il fluido passaggio dal parquet al set di Juancho Hernangomez e Anthony Edwards, giocatori dei San Antonio Spurs e dei Minnesota Timberwolves nei ruoli di Bo Cruz e della sua nemesi Kermit. Così come è più la presenza scenica che la performance sportiva a garantire a Bo il suo ingresso nella pallacanestro professionistica.

Ancora una volta, allora, è il personaggio di Sandler che riporta tutto a dimensione d’uomo, difendendo con le unghie e con i denti i valori dell’amore e dell’amicizia, incarnata anzitutto nell’unità familiare. “Hai il talento, ma hai l’ossessione?”, chiede Sugerman a Bo, sconsolato dopo una prestazione sottotono. Non è, come potrebbe sembrare a prima vista, una domanda per trasmettergli una mentalità morbosa: è un modo per saggiarne la tempra, per vedere se ha la resistenza giusta per non farsi schiacciare. Così, il sacrificio diventa l’unico modo per non trasformare in tritacarne la gigantesca macchina dell’NBA, ma forse anche il mondo intero.

Titolo originale: id.
Regia: Jeremiah Zagar
Interpreti: Adam Sandler, Robert Duvall, Ben Foster, Queen Latifah, Juancho Hernangomez, Anthony Edwards
Distribuzione: Netflix
Durata: 117′
Origine:
USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
4 (10 voti)
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