"I film muoiono, i generi sopravvivono". Omaggio a Giulio Questi

giulio questi

Il suo cinema è stato e continua a essere folle. Non tanto per le vicende inerenti i tagli, la cattiva distribuzione e le difficoltà produttive, quanto per un discorso autoriale portato avanti con coerenza estrema che ribalta le regole sfuggendo a qualsiasi etichetta. E mantenendo intatta, ieri come oggi, la sua carica sovversiva

---------------------------------------------------------------
IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


---------------------------------------------------------------
Una settimana fa il Torino Film Festival dedicava una retrospettiva a Giulio Questi. Chi scrive ha avuto la fortuna di assistere alla proiezione inaugurale. Quando è entrato in sala il pubblico lo ha accolto con un applauso carico di affetto e ammirazione. Alto, magro, con un viso segnato dal tempo e due occhi vispi, di chi ha vissuto con coraggio e umiltà i suoi novant’anni, ha raccontato qualche aneddoto strappando molte risate. Poi si sono spente le luci e il film è iniziato. Si trattava de La morte ha fatto l’uovo. Era una copia inglese con venti minuti di scene aggiuntive. La pellicola virava sul rosso ed è saltata spesso. Nessuno si è lamentato. Alla fine si respirava un entusiasmo collettivo.
Personalmente, è stato difficile capire cosa avessi visto. Mi è sembrato un viaggio bizzarro e delirante, come pochi. In realtà basta leggere un frammento della recente autobiografia pubblicata da Rubbettino (Se non ricordo male) per comprendere lo spirito rivoluzionario dell’uomo, ancor prima del regista: «Ho fatto il partigiano nelle valli bergamasche, ho preparato carte d'identità false per gli ebrei, ho venduto armi, ho bocciato le poesie di un giovane Pasolini, ho fatto da guida a Le Corbusier, ho incontrato Orson Welles, ho diviso la povertà con Marco Ferreri e i ricordi di guerra con Fenoglio, sono stato aiuto regista di Zurlini, Ettore Giannini e Rosi, ho lavorato nella famosa Lux Film di Gualino e Gatti, ho bocciato i provini della Loren e della Koscina […]». Ed è proprio la vita di Questi la strada privilegiata per entrare nel suo cinema, per ripercorrere un’esperienza breve ma intensa che ha attraversato alcuni generi senza mai restarne vittima, rifiutando le semplificazioni in virtù di uno sguardo anarchico che non manca di riflettere sul reale.

Dopo aver recitato da giovane ne La dolce vita di Federico Fellini e in Signore & signori di Pietro Germi, dirige alcuni mediometraggi tra cui Il passo, macabro episodio contenuto all’interno di Amori pericolosi, a cui collabora in veste di montatore Franco Arcalli (per il loro sodalizio verranno soprannominati Jules e Kim). Il primo film che Questi firma da solo sarà, non a caso, un western. Siamo infatti nel 1967, nella stagione di maggior successo del cosiddetto spaghetti western. Tuttavia, Se sei vivo spara presenta molti elementi di rottura rispetto al canone classico, a cominciare dalla sequenza iniziale, che sembra il preludio a un gotico: un Tomás Milián gravemente ferito riemerge dalla terra e ricorda, attraverso un montaggio abbacinante a opera di Arcalli, la rapina all’esercito e il tradimento degli yankee. Il protagonista però non cerca la vendetta, non è un angelo sterminatore interessato a ristabilire l’ordine. La distinzione tra bene e male lascia il posto a un decadimento morale che si abbatte sul piccolo villaggio generando un vortice di morte e crudeltà. La violenza, che pervade l’intero film e che nel tempo l’ha reso un cult, non è mai fine a sé stessa, vuota spettacolarizzazione a lungo censurata. Il massacro dei banditi, lo scotennamento di un indiano, lo stupro di un ragazzo innocente da parte di pistoleri gay in camicia nera rappresentano una condanna agli orrori della guerra, che Questi aveva combattuto in prima linea, e a quei crimini perpetrati in nome di un dio che si chiama ricchezza. Non ci sono spiragli di ottimismo o atti eroici: il cattivo di turno viene punito, ripagato con la sua stessa moneta, fusa. I presenti assistono inerti all’incendio – “E Hagerman dov’è finito?”, chiede uno di loro, “Non lo so. Ora con tutta la gente che gli deve dei quattrini, se restasse dentro farebbe comodo a molti”, ribatte il vicino. La Storia è insomma destinata a ripetersi. 

L’ironia e un certo gusto per il grottesco si ritrovano anche nel suo secondo film, pop sin dal titolo: La morte ha fatto l’uovo, uscito due anni più tardi. La storia, scritta a quattro mani con Arcalli, è un thriller atipico che ruota intorno a questioni biologiche, economiche e morali. Questi si diverte a decostruire il genere accostando elementi appartenenti a contesti diversi: il cinema dell’orrore con i polli geneticamente modificati – palle di carne prive di testa e ali – che Jean-Louis Trintignant spappola a colpi di bastone; il filone erotico, con la crisi coniugale della coppia e le perversioni sessuali del marito; la cultura di massa, con la pubblicità e le sue derive conturbanti. Per non parlare di un’icona come Gina Lollobrigida qui calata in un ruolo decisamente insolito. Il risultato è un’opera visionaria che punta su un impianto estetico sofisticato e a tratti destabilizzante (meravigliose le musiche di Bruno Maderna) sorretto da una critica alla società capitalista, all’industrializzazione sfrenata e al processo di mercificazione che contagiano l’esistenza dell’uomo trasformandolo in un mostro (in tal senso risulta pregnante il personaggio interpretato da Renato Romani, poi tagliato dalla versione attualmente in commercio).

--------------------------------------------------------------------
SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


--------------------------------------------------------------------

Con Arcana (1972), che segna l’ultima collaborazione con l’amico Kim, entriamo invece nel sottobosco del paranormale. È inutile provare a dare una definizione di quella che viene considerata la pellicola più sperimentale del regista bergamasco e al tempo stesso la meno apprezzata dai critici. La sua natura sociologica ed etnografica, con una forte incursione del fantastico, la rende un esempio di modernità che oggi sarebbe impossibile pensare. Questi suggerisce allo spettatore di non credere a tutto ciò che vedrà, invitandolo a compiere uno sforzo d’immaginazione – “Giocatori siete voi. Giocate bene e vincerete”, si legge nell’incipit. La narrazione diventa enigmatica, confusa, surreale. Momenti di pura sospensione rompono la logica degli eventi: gente bloccata in metro che viene assalita da un gruppo di operai arrabbiati; donne che sputano rane vive dalla bocca; uomini che vagano per le strade suonando il violino; asini issati da una fune su un casolare. Immagini di un misticismo affascinante che portano alla luce il lato irrazionale dell’essere umano, il legame con quel mondo ancestrale popolato da tradizioni, riti esoterici e antiche credenze che rischia di essere sommerso dal progresso e dall’urbanizzazione. Nel confronto tra due culture e due sistemi di valori, il Nord milanese e un Sud imprecisato, si possono scorgere temi già affrontati ne La morte ha fatto l’uovo e che permettono di individuare un lucido interesse per le questioni sociali e politiche.

“I film muoiono, i generi sopravvivono”, ripeteva Questi. Il suo cinema è stato e continua a essere folle. Non tanto per le vicende inerenti i tagli, la cattiva distribuzione e le difficoltà produttive, quanto per un discorso autoriale portato avanti con coerenza estrema che ribalta le regole sfuggendo a qualsiasi etichetta. E mantenendo intatta, ieri come oggi, la sua carica sovversiva.

---------------------------------------------------------------
UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

---------------------------------------------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative