"I, Frankenstein", di Stuart Beattie

Villa Deodati come la Marvel – o, in questo caso, i Darkstorm Studios. La magione svizzera della celebre contesa letteraria tra i romantici nomi di Mary Godwin, Percy Bysshe Shelley e Lord Byron, dove nella stessa notte di tempesta e paura nacquero, assieme, la Creatura e il Vampiro – questo plasmato dall’ultimo dei presenti, il medico personale del lord piede equino, John Polidori –, è una sorta di metafora fumettistica, una letterarizzazione degli infiniti team-up e elseworlds possibili nella bidimensionalità dei comics, tra le cesure sul nero che dividono vignette e slash-pages dove, semplicemente, tutto è.

 

Ed è questo che il cinema hollywoodiano contemporaneo sta cercando strenuamente di afferrare e inglobare, alzando sempre più le tacche che marcano la sospensione dell’incredulità filmica, avanzando faticosamente e a tentativi per replicare l’equilibrio alchemico dei fumetti. I, Frankenstein è l’ultima cavia di questo processo, grazie ad un mash-up forsennato che non si ferma per tutti i novantatré minuti di pellicola: quanto scritto nel romanzo di Mary Godwin-Shelley è avvenuto realmente, e qui si innesta la trama dello schermo, con la Creatura che ha ucciso il Barone al Polo Nord e adesso vive braccata dai demoni di Naberius, essere infernale il cui scopo è sottomettere l’intera razza umana; secolo dopo secolo i suoi piani vengono sventati dall’Ordine dei Gargoyle, creato dall’arcangelo Michele e formato da angeli discesi in terra per proteggerci; la Creatura si troverà in mezzo a tutto questo, divenendo l’ago della bilancia di questa guerra spirituale e sanguinaria…

 

L’enfatica sinossi riporta gli scarti, le cuciture, del lavoro di Kevin Grevioux prima (la graphic novel realizzata per i sopra citati Darkstorm Studios) e Stuart Beattie dopo (regia e sceneggiatura), dove si tenta di costruire una mitologia che dovrebbe trovare la propria forza propositiva sulla spinta di altre preesistenti, e un franchise riconoscibile ed espanso. Il prodotto finale è stiracchiato e discontinuo, con una regia che gioca al riciclo di situazioni e movimenti oramai perfettamente replicabili in massa da un prodotto all’altro, e un’iconografia plasticosa e banale. Forse il problema inaggirabile è nella manifesta idea di fondo di replicare il percorso di Underworld, mettendo al lavoro errati nomi e sigle, a partire da quel Beattie che si ha fatto la spola tra il Collateral di Mann, l’Australia di Luhrmann e diversi blockbuster (la pentalogia dei Pirati dei Caraibi e G.I. Joe – La nascita dei Cobra), ma il pedigree avuto con questi ultimi è stato guadagnato in cabina di scrittura e con lavori di fattura e genere molto diversi da questo I, Frankenstein, e uno studios come l’australiano Hopscotch Features ancora a digiuno di tali complesse operazioni.

 

Dalle ambientazioni spruzzate di gotico e teslapunk ai nomi attoriali coinvolti (Aaron Eckhart su tutto e tutti, grazie al duo physique du rôle e credito recitativo), passando per una ricerca personale che porta la Creatura a divenire Frankenstein e che aveva in nuce diverse possibilità stranianti, la pellicola di Beattie non imbocca nessuna di queste svolte, auto-declassandosi a pilot televisivo costato un’enormità e probabilmente non rinnovato per la prossima stagione.

 

 

Titolo originale: I, Frankenstein

Regia di: Stuart Beattie

Interpreti: Aaron Eckhart, Yvonne Strahovski, Miranda Otto, Bill Nighy, Jai Courtney

Origine: Stati Uniti, Australia

Distribuzione: Koch Media

Durata: '93