I giganti, di Bonifacio Angius

Questo cinema è una bestia ferita, combatte con ferocia, orgoglio e dignità, per la sopravvivenza, per la libertà. Unica opera italiana in Concorso a Locarno

Unico titolo italiano in concorso al Festival di Locarno, film nato da diverse congiunture e suggestioni inevitabilmente legate al periodo, al presente carico di difficoltà e paure. Storia densa di rabbia, dolore, tenerezza, fragilità, furore, ironia, cinismo, violenza. Violenza che si scopre e copre per tutta la storia, si vela, si nasconde e poi, di colpo, esplode con la purezza devastante e animalesca. Una rimpatriata tra vecchi amici, dopo la forzata clausura, si concretizza in un’ulteriore chiusura, ritrovarsi per perdersi in una casa sperduta, lontana dai clamori e dall’euforia delle prime “aperture”. Quegli amici si drogheranno senza sosta, berranno birra e alcolici senza tregua e l’epilogo autodistruttivo mostrerà ancora una volta la fragilità dei rapporti umani attraverso i lati oscuri, nostalgici e malinconici dei personaggi.

Tra i vari punti di forza di quest’opera non può passare in sordina, appunto, la musica, la colonna sonora di Luigi Frassetto, fatta di melodie nostalgiche ed evocative, percorrendo a ritroso, le strade del bolero, del mambo, del cha-cha-cha, del pop americano e del cantautorato italiano. Quando poi tutti si portano all’esterno della casa, di notte a mirare il cielo, per catturare lo spettacolo della Cometa del cigno, che sarebbe orbitata alla fine di questo mese di maggio più vicina al sole, rendendosi maggiormente visibile ad occhio nudo, sembrava potesse scoccare la scintilla della vicinanza, proprio perché le case non sono di coloro che ci vivono, ma sono di coloro che ci vanno. Poi ci sono persone che dicono di fare una cosa ma poi ne fanno un’altra, persone che stavano meglio al chiuso, persone che non sono quello che dicono e non sono neanche quello che fanno. Rabbiosa galleria di personaggi investiti di una vitalità disperata, eccessiva, dolente e insieme puntualmente dinamitarda, liberatoria. Quell’urgenza, folle, impulsiva, ma nello stesso tempo lucida e compatta.


Il cinema di Bonifacio Angius è come una bestia ferita, che combatte con ferocia, orgoglio e dignità, per la sopravvivenza, per la libertà… Il Direttore artistico di Locarno, Giona A. Nazzaro, lo ha definito il “Cassavetes sardo; è uno dei pochi che riescono a raccontare l’autoreferenzialità testosteronica del maschio italiano e la sua follia autodistruttrice”. Se ce ne fosse ulteriormente bisogno, attraverso un digitale che sembra magicamente 35mm, e volendo continuare con il “gioco” dei paragoni, Angius non segue Zavattini, come qualcuno ha scritto, la sua voglia di tenerezza in fondo al cuore e ai suoi occhi, ma neanche troppo in fondo, lo rende l’indipendente tra i più cocciutamente ispirati autori in gabbia, che vive in gabbia con le sue storie, i suoi interpreti, non cerca serrature da cui spiare, non cerca sentieri su cui pedinare. Poi ci sarebbe anche il gioco dei generi: western, horror, noir, solo per sentirsi maggiormente a casa. Perché è semplicemente già lì, dentro la gabbia, con loro, che sono tanti, troppi, la maggioranza silenziosa che nessuno ascolta, che nella realtà dei fatti è tutt’altro che marginale, anzi, è il vero centro del mondo. Dunque i suoi sentimenti, le sue esperienze, la sua rabbia e le sue paure più profonde, estremizzate e portate sullo schermo. Quasi un modo per allontanarle, trasformarle da negative a positive, da veleno ad antidoto. Vuole mostrarle attraverso il cinema col tentativo di renderle più cristalline e comprensibili possibile, come fossero messe in scena in un manga giapponese. Attraverso l’utilizzo di un meccanismo narrativo diretto, emotivamente chiaro, che non ha paura di mostrarsi nella sua autentica natura, e con un linguaggio figlio di un cinema, un tempo popolare, ora quasi dimenticato. Un cinema fatto di personaggi, in cui tutti gli elementi espressivi che lo hanno fatto innamorare dello schermo, sono vivi in un unico corpo. Le solitudini, il sentimento di rivalsa, i perdenti, l’amore, la follia, il melodramma, l’utilizzo della colonna sonora come elemento protagonista. Tutti fattori preposti ad un’intensità narrativa ariosa, rapida, avvincente, amara, ironica, avventurosa e dolorosa al tempo stesso.

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Una sorta di iperrealismo che vaga tra la polvere e scorci isolani di terre apparentemente lontane, desertiche, che si liberano degli espedienti della trama della narrativa tradizionale e presenta stralci di vita così come la viviamo realmente. L’iperrealismo di Angius magicamente ripristina la vita, perché al centro della sua opera si mostra la finzione per cosa non è. L’iperrealismo però fallisce per la stessa ragione per cui falliscono le storie di puro appagamento: a entrambi manca l’ingrediente chiave, ovvero il meccanismo della trama sviluppato intorno ai problemi. È qui che dall’iperrealismo, si arriva all’atto finale, debordando nuovamente visivamente, trascendendo i confini della storia, scavando ancora, per poi tracimare per una prospettiva totalmente, febbrilmente personale. Ecco, nel complesso presentarsi, un dilatarsi spasmodico di certe parti, calandosi nelle loro pieghe più riposte, gonfiandole a volte di sorprendenti risonanze metaforiche e contraendone altre, creando delle strane sproporzioni: una digressione, giro-vagare, non andare più da nessuna parte, evitare con cura l’obiettivo e distrarsi, per lasciarsi andare, credere, e in fondo, confidare in un destino, se pur apparentemente senza scampo. La sua casa, protagonista non secondaria, la sua gabbia, è l’evento morale per eccellenza, è artefatto architettonico, ma anche psichico. È lo sforzo di adeguarci a ciò che ci circonda e viceversa, come addomesticamento reciproco che a volte però non funziona, o meglio, non copre tutte le estensioni dell’anima. Proprio nel segno del disincanto, mascherato da nichilismo, prende forma una vera e propria visione del mondo. La stella cometa (che qualcuno dice di aver visto, altri invece no…) ha svelato la finitudine di tutte le cose: dell’universo, della Terra, della specie, di ognuno in quella casa. Per cui, in fondo, non (ri)aprite quella porta…

 

Regia: Bonifacio Angius
Interpreti: Bonifacio Angius, Stefano Deffenu, Michele Manca, Riccardo Bambagi, Stefano Manco, Francesca Niedda, Noemi Medas, Roberta Passaghe, Mila Angius
Distrbuzione: Il Monello Film
Durata: 80′
Origne: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.38 (13 voti)
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