I giorni del destino, di Emanuele Marini

La macchina da presa diventa instancabile ombra e sembra far sentire addosso il fiato dell’obiettivo. In 39TFFDoc/Italiana

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Paolo Poma è un uomo che ne ha passate tante e in questi tanti anni ha commesso sicuramente anche degli errori. Oggi vive al Balon, il quartiere dei mercatini dei rigattieri di Torino, all’interno di una comunità tutto sommato solidale, il che però non sempre attenua la solitudine di Paolo, che vive aiutando i suoi amici commercianti per la vendita o per organizzare o smontare la bancarella per la vendita. La sua salute è malferma e avrebbe bisogno di esami per verificare lo stato dei suoi problemi, ma Paolo rinvia e questo aggrava il suo stato di salute. Quando è in Ospedale la figlia verrà a trovarlo. Non si incontrano da dieci anni e per Paolo quello diventa un segno per un nuovo sguardo sulla vita e di nuove speranze dopo la malattia.
Davanti a lavori sicuramente non banali come I giorni del destino, lo sguardo sembra più che altro concentrarsi sulla vicenda umana che il film racconta, senza trascurare le forme espressive e i canoni narrativi utilizzati.
Marini, come da costante regola di questi ultimi, segue sempre da vicino il suo protagonista tanto che la macchina da presa diventa una specie di sua instancabile ombra e Paolo sembra sentire addosso il fiato dell’obiettivo che lo insegue e lo scruta. Sta tutto in questo costante pedinamento il film del giovane regista, già collaboratore dei fratelli De Serio, il resto sembra venire da solo e il racconto di Paolo sa catturare l’interesse dello spettatore, che ne segue le vicissitudini. Questa ansia del filmare attraverso i primi o primissimi piani contribuisce sempre a rendere manifeste le emozioni e a farle passare nella loro interezza anche attraverso l’inevitabile filtro dell’obiettivo. Lo stesso accade in questo film dai tempi frammentati, che colgono il protagonista in vari momenti della sua vita recente. Il cinema diventa attraverso queste immagini modalità di acquisizione e manifestazione della vita interiore dei suoi personaggi, dei soggetti che diventano trame di interesse rinnovato degli autori. Un cinema che sembra sostituire e implementare la cronaca quotidiana scavando nelle vite che, apparentemente senza interesse, assumono, invece, quella necessaria energia per raccontare la faccia nascosta delle città, dei quartieri e dei tanti Paolo Poma che li popolano, nel loro anonimato, nonostante le odissee quotidiane dove si infrangono le speranze maturate in gioventù.
Emanuele Marini sa far venire fuori tutto ciò dagli occhi del suo protagonista e l’occhio della sua macchina da presa si sovrappone per raccontare quel piccolo mondo di paure che accompagna le giornate passate in solitudine.

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