I Golden Globe 2026 e il tramonto di un’industria verticale
Guardando la dozzina di candidature al miglior film, otto titoli hanno alle spalle una distribuzione indipendente: segno di un cinema come discorso aperto sempre più decentrato e meno “major-oriented”
Qualche mese fa, all’indomani dei premi a Cannes 78, facevamo il punto sul fenomeno NEON Company, che alla sesta Palma d’Oro consecutiva con A Simple Accident, lasciava immaginare un nuovo metodo theatrical: un cinema cucito su misura per “poche sale ma fidelizzate, nei quartieri giusti, per il pubblico prediletto (che pare essere quello under 35) e la ragione di autoimporsi limiti per competere non solo con piccoli giganti come A24, ma anche con i colossi di Hollywood”.
E se è vero che “un indizio è un indizio, due sono una coincidenza e tre fanno una prova” figuriamoci le sei Palme d’Oro (Parasite, Titane, Triangle of Sadness, Anatomia di una caduta, Anora e A Simple Accident) del Friedkin Group che lo scorso maggio il maestoso film di Panahi lo ha acquistato addirittura tre giorni prima della premiazione alla Croisette.
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Ma torniamo all’oggi. O, meglio, a ieri quando sono state annunciate tutte le candidature per l’83ª edizione dei Golden Globe il prossimo 11 gennaio. Un inventario di nomination che è un pastiche di trionfi festivalieri, grandi numeri in sala e soprattutto nomi, in cerca di consacrazione (Ryan Coogler con i suoi Peccatori e Jessie Buckley, fresca di esegesi shakespeariana in Hamnet) o di omaggi (Sean Penn e quel Golden Globe che manca dal 2004).
Ma se i premi spesso se li porta via il vento – tra i grandi assenti Jay Kelly di Baumbach ma soprattutto Kathryn Bigelow con House of Dynamite, film maestoso sulla fobia Usa del nemico ignoto – sono sempre le scelte a tracciare (possibili) scenari.
Guardando la dozzina di candidature, tra miglior film drammatico e miglior commedia/musical, ben otto titoli hanno alle spalle una distribuzione indipendente. Se la NEON del Friedkin Group primeggia con distacco (A Simple Accident, No Other Choice di Park Chan-wook, A Sentimental Value di Joachim Trier), ben figurano anche Netflix (Frankenstein firmato Del Toro, Nouvelle Vague di Linklater) e la MK2 Films, che ha la distribuzione internazionale per il potente O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho e quella norvegese per A Sentimental Value.
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Le insolite voci fuori dal coro stavolta sono quelle delle major, con la Universal che distribuisce Hamnet di Chloé Zhao e il chirurgico Bugonia di Lanthimos, oltre alla travagliata Warner Bros. che ha già portato in sala I Peccatori e Una battaglia dopo l’altra firmata Paul Thomas Anderson, forse il grande favorito di questa edizione.
Così, nei giorni pieni di approfondimenti, dispute e timori attorno alla potenziale egemonia Netflix del domani, le nomination ai Golden Globes 2026 ribadiscono (se ancora ce ne fosse bisogno) che l’industria-cinema sta diventando grande e cresce sempre di più mentre muove i passi dalla sua infanzia novecentesca. Lontani ormai dalla genesi verticale degli studios, i film si fanno sempre più discorso aperto, mellifluo, opera perennemente on boarding.
E forse la crisi della sala ha a che fare con quella delle major, che sembrano leoni addormentati, colossi di ieri, tanto che nemmeno il planetario trionfo al botteghino di Paul Thomas Anderson ha risollevato la Warner dall’asta al miglior acquirente.
E pensare che ai Golden Globes di dieci anni fa – la sua 73ª quando Netflix si presentava all’Italia con il biglietto da visita Suburra, per intenderci – il miglior film drammatico e il miglior film commedia erano entrambi di dominio 20th Century Fox: rispettivamente Revenant – Redivivo di Iñárritu e Sopravvissuto – The Martian firmato Ridley Scott.
Senza dimenticare poi la pervasiva Universal (Il caso Spotlight, La grande scommessa, Un disastro di ragazza) e la Warner, forte della sua epopea cyberpunk Mad Max: Fury Road di George Miller.
Il cinema sta cambiando, le sue dietrologie stanno cambiando e con queste anche le sue forme. Le immagini diventano flebili e guardano all’orizzonte dei loro sconfinamenti, perché tutto diventa ri-mediabile in un nuovo linguaggio. È un caso che per la prima volta l’11 gennaio l’Accademy dei Golden Globe sceglierà di premiare il miglior Podcast della stagione?
L’audiovisivo – nel senso più puro del termine – è un discorso sempre più intessuto di corrispondenze, come ha insegnato la sensibilità audiofila di The Voice of Hind Rajab a Venezia 82.
E mentre ci si chiede fin dove arriverà il cinema come linguaggio, tra la stampa internazionale ci si “contenta” di pronosticare già i vincitori (e i vinti) dell’83ª edizione dei Golden Globe, oltre ai possibili papabili per la corsa agli Oscar. Su Variety Clayton Davis parla di una “competizione imprevedibile” poi prova a sentenziare un primo esito: “le categorie comedy/musical sono improvvisamente più ricche, prestigiose e aggressivamente competitive rispetto a quelle drammatiche, che tradizionalmente erano riservate agli aspiranti all’Oscar: non quest’anno”.
Davis ragiona anche sul premio al miglior attore, vedendo Timothée Chalamet per Marty Supreme favorito su Leonardo DiCaprio (Una battaglia dopo l’altra), che di Globe ne ha già vinti tre. Infine, il giornalista tira le somme sui favoriti di Variety per la cerimonia dell’11 gennaio: Hamnet in pole per il miglior dramma, Una battaglia dopo l’altra per la sezione miglior film commedia/musical e Paul Thomas Anderson il papabile miglior regista dell’edizione.
Il dramma universale di Chloé Zhao sembra già tra i favoriti per gli Oscar 2026, ma il mito americano di Pynchon firmato Anderson è stato acclamato a gran voce come il miglior lavoro dell’anno. Alle Accademy, dunque, l’ardua sentenza.
























