I guerrieri della palude silenziosa, di Walter Hill

Giovedì 27 aprile, in coda alla presentazione del nuovo numero di Sentieri Selvaggi Magazine (QUI in download), una proiezione dedicata all’ultimo degli Ingovernabili, Walter Hill, con uno dei suoi capolavori più puri, Southern Comfort del 1981.

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A partire dalle h 20, da Sentieri Selvaggi, via Carlo Botta 19 a Roma
INGRESSO GRATUITO


“L’antico guerriero Senofonte aveva attraversato l’intera Asia Minore, e lo sa solo Iddio dov’era stato ancora, e tutto senza neanche una mappa. Anche le antiche popolazioni dei Goti riuscirono a portare a termine le loro spedizioni senza alcuna cognizione topografica. Marciare sempre avanti: è questo ciò che si definisce un’anabasi. È il riuscire a farsi strada in regioni sconosciute. Essere circondato dai nemici che stanno sempre lì in agguato, in attesa della prima occasione per tirarti il collo…”
J. Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk durante la guerra mondiale

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Walter Hill e l’Anabasi. Già The Warriors (1979) esplorava il concetto del viaggio pericoloso al termine della notte di una gang newyorkese per raggiungere Coney Island dopo avere attraversato “tricks and traps”. Southern Comfort (1981), che richiama ironicamente il noto liquore di New Orleans, riprende il concetto dell’anabasi e lo amplia arricchendolo di sfumature sociopolitiche e dinamiche di psicologia di gruppo, inclusa la follia pronta ad esplodere in condizioni estreme.
Siamo nel 1973, al posto di dieci piccoli indiani, nove sprovveduti paramilitari si addentrano negli acquitrini della Lousiana per una semplice missione esplorativa. L’obiettivo è poco eroico: arrivare alla cittadina più vicina, Catahoula, per festeggiare con alcune prostitute il loro servizio nella Guarda Nazionale al motto di “civili in pace, soldati in guerra”. Hill delinea con accuratezza i diversi protagonisti: il goliardico soldato Spencer (Keith Carradine) e il texano ingegnere chimico caporale Hardin (Powers Boothe) si differenziano subito per estrazione culturale e principi morali, mentre il sergente maggiore Poole (Peter Coyote) fatica a tenere le redini del gruppo. Rubate delle piroghe a dei cacciatori di frodo cajun e spaventati gli stessi con una sventagliata di mitra a salve del rimbambito soldato Stuckey (Lewis Smith), i nove precipiteranno in una specie di incubo che sta a metà tra il l’horror (Alien, Venerdi 13) e il “survival movie” sul modello di Un tranquillo weekend di paura (1972).

In realtà tra tutte le contaminazioni di generi è quella del western (Anthony Mann aleggia in più di una sequenza) la predominante, sia nella costruzione dei dialoghi sia nell’ambientazione in un luogo che sembra provenire da fine Ottocento. La stessa comunità cajun vive con regole e riti che sono ereditati proprio da antichissime tradizioni e alberga all’interno tanti piccoli Aguirre che sono folli quanto spietati. Molti critici hanno voluto identificare in questa traslocazione di luoghi e tempi una metafora del Vietnam; in realtà Walter Hill, interrogato sulla questione ha cercato sempre di spostare altrove l’attenzione: la struttura western non è altro che una rivisitazione della società organizzata.
E’ il singolo individuo a dover prendere in mano la situazione per risolvere le difficoltà palude_silenziosa_contingenti, mentre le istituzioni sono assenti. I personaggi di Walter Hill si trovano di fronte a scelte morali non prive di conseguenze letali così da rendere il western/war movie/noir molto simile al dramma greco.
E guarda caso è la scelta iniziale di rubare le piroghe a scatenare l’inferno. L’effetto è devastante su alcuni dei personaggi: il soldato “coach” Bowden (Alan Autry) segnatosi il petto con una croce rossa (sul modello dell’angelo vendicatore) entrerà in stato catatonico dopo avere fatto esplodere la baracca dei cacciatori e avere assistito impotente alla morte del soldato Cribbs (T.K.Carter), il soldato Lonnie Reece (Fred Ward) decide per la giustizia privata sul prigioniero cajun e conferma la serpeggiante follia di questo manipolo di disperati, il sergente Casper (Les Lannom) ripeterà come un mantra di essere adatto al comando e negherà fino all’ultimo di trovarsi in una situazione esiziale. Senza mappa, senza bussola, senza vere munizioni, il mucchio selvaggio si trasforma in una banda disorganizzata di Rednecks (bifolchi reazionari) che, perso il capo si frantuma in tante schegge impazzite.

La fotografia di Andrew Laszlo rende perfettamente il clima di angoscia crescente: le acque placide della palude, la luce che filtra tra i rami, le ombre dei soldati che si riflettono sull’acqua disegnano un percorso a imbuto in cui la morte è sempre in agguato: dietro un albero o sotto il fango, presente ma invisibile. Hill utilizza le straordinarie musiche di Ry Cooder prima come commento leggero e poi in crescendo fino al montaggio alternato della magistrale scena finale in cui al ballo forsennato della comunità francese si alternano immagini di presagi funesti (le corde per l’impiccagione, i maiali scannati). Solo l’ultimo fotogramma rivelerà se il destino dei protagonisti è tragico o salvifico. Con tutta la contaminazione di generi, western e tragedia greca, slasher e war movie, I guerrieri della palude silenziosa rappresenta la summa di tutte le tematiche di Walter Hill in relazione al rapporto ambiente-individuo e all’etica della scelta. Ed è’ anche una risposta controcorrente ai superomismi e ai rambismi degli anni 80, una coraggiosa discesa nell’inferno di un microcosmo patologico nascosto proprio dentro il cuore dell’America.