"I paradisi artificiali sono trappole illusorie." Incontro con Matteo Garrone


Conferenza stampa all'anteprima romana del film Reality, ultima fatica di Matteo Garrone. Vincitore del Grand Prix speciale della giuria al festival di Cannes 2012, presentato anche a Toronto e vincitore di numerosi premi internazionali. Tanti gli spunti di riflessione offerti dal regista romano, al ritorno dopo ben quattro anni e la pesante eredità lasciata da Gomorra

Conferenza stampa all'anteprima romana del film Reality, ultima fatica di Matteo Garrone. Vincitore del Grand Prix speciale della giuria al festival di Cannes 2012, presentato anche a Toronto e vincitore di numerosi premi internazionali. Tanti gli spunti di riflessione offerti dal regista romano, al ritorno dopo ben quattro anni e la pesante eredità lasciata da Gomorra. Prima però Domenico Procacci, produttore Fandango, ha voluto tornare sul discorso della distribuzione e sulle critiche dovute alla posticipazione della programmazione in sala. Sostenendo quanto penalizzante avrebbe potuto essere l'uscita del film durante il periodo estivo. Con il rischio di penalizzare quegli autori, come Garrone, che impiegano anni per la realizzazione di un'opera. Reality verrà distribuito in 350 copie in tutta Italia.

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Nella seconda parte del film c’è un cambiamento di recitazione, meno fisica più sognata, come avete lavorato?

Garrone: è stato un percorso insieme all’attore, dall’inizio alla fine della sceneggiatura. Questo viaggio mi consente di seguire passo passo i vari momenti della drammaturgia, sentire insieme all’attore come li vive dall’interno. Con Aniello (Arena) c’è stato un dialogo sempre aperto, abbiamo tentato di capire insieme tutti gli stati emotivi che viveva il personaggio Luciano. Poi il film prende una direzione dalla commedia fino a L’inquilino del terzo piano, un viaggio nella mente, la perdita dell’identità. Il film vive di una coralità, mi faceva piacere valorizzare tutti i personaggi della famiglia che è il detonatore che crea quest’esplosione nel personaggio di Luciano.

Come sei arrivato alla scelta di Aniello? Dicevi che tu stesso corri il rischio di essere vittima, sembra però una trappola per persone culturalmente meno attrezzate…

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Garrone: Vivendo nella società dei costumi, tutti possono essere vulnerabili. Riguardo alla scelta di Aniello, mio padre era critico teatrale, avevo l’abitudine di andare a teatro con lui. La compagnia della fortezza di Armando Punzo è quella che amavamo di più. Aniello da 12 anni è uno degli attori più importanti, già lo volevo per un ruolo in Gomorra, per fortuna è andata bene con Reality.

Come hai fatto per scrollarti di dosso il calderone di Gomorra per affrontare qualcosa di nuovo? Hai creato un’armonia perfetta nel cast…

Garrone: il film nasce anche per distaccarsi dal passato, erano anni che subivo il peso di Gomorra e volevo provare a ritrovare il piacere del divertimento e fare qualcosa di diverso. Raccontai questa piccola storia a Massimo Gaudioso (uno degli sceneggiatori) e lui mi ha trasmesso un entusiasmo sin da subito che ho colto. Doveva essere un piccolo racconto, piano piano il film ha preso un altro spessore ed è diventato un romanzo breve. Sicuramente sono stato felice di aver fatto questo film, anche se con molta fatica. Un’occasione per affrancarmi da Gomorra. Normale si fanno paragoni, d’ora in poi però si distaccheranno dal riferimento di Gomorra. Sapevamo che era un film corale, se avessimo sbagliato un personaggio, sarebbero caduti tutti gli altri. Era importantissimo riuscire a trovare equilibrio tra comico e drammatico senza cadere nel grottesco. Il gruppo si è creato subito, erano una famiglia e hanno continuato ad esserlo anche dopo. Fare il regista significa avere la capacità di saper creare il gruppo, è un’arte collettiva, nel bene e nel male se fai le scelte giuste sei ripagato. Il regista è il responsabile, però poi i meriti vanno divisi nella collettività.

Hai detto che dopo Gomorra hai ricevuto tante offerte su storie di malavita. Il tuo è anche un gesto politico, hai scelto di stare in Italia.

Garrone: avevo desiderio e necessità di sentire che il nuovo progetto fosse qualcosa che mi portasse in un territorio che non conosco. Dopo Gomorra volevo cambiare genere e cercare di ritrovare leggerezza , tipo Estate Romana, per me era importante. Nasce così Reality. Le seduzioni di Hollywood, magari non riuscivo a fare film e mi perdevo. Le seduzioni ci sono sempre. Comunque è stato un film che sono felice di aver fatto.

Nel film ci sono molte scene di carattere religioso, i riferimenti con questo ipotetico occhio supremo che ci osserva dall’alto e il Grande Fratello. Vero che per sentirci vivi e presenti abbiamo bisogno di un occhio che ci guardi?

Garrone: onestamente nella storia reale c’era il rapporto fra Luciano e il cugino credente, i dialoghi sull’occhio: per uno di Dio, per uno del Grande Fratello c’erano. Sviluppare questo elemento mi piaceva. Siamo rimasti fedeli a questo. Poi lo spettatore può dare una lettura, preferisco non darla io, non mi appartiene caratterialmente.

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