I ricordi del fiume, di Gianluca e Massimiliano De Serio

I ricordi del Platz, la più grande baraccopoli italiana, persi e (rin)tracciati nel fluire del fiume Stura. Ultimo teatro-a-cielo-aperto per l’interessantissimo occhio antropologico dei fratelli De Serio, piombato lì un attimo prima dello smantellamento dell’insediamento alla periferia di Torino. Che fine faranno le circa mille persone (in maggioranza Rom, ma anche di molte altre etnie) che abitano e vivono le sponde di quel fiume? Il cinema fiuta le tracce di un presente storico (i De Serio girano per l’intero 2014, l’ultimo anno prima dell’abbattimento) per riprodurre il tempo di una geografia emotiva che resista ai cambiamenti urbanistici o politici. Tante facce e tante piccole dimensioni entrano in questi ricordi del fiume intrecciati senza apparenti nessi di causa-effetto. Una costante però c’è: la dimensione del racconto. I testimoni (si) raccontano le loro dis-avventure di furti e detenzioni, difficoltà abitative o di cittadinanza italiana, insomma l’esperienza di vita viene sempre traslata nella narrazione come dispositivo che ammonisca i più giovani e tramandi conoscenza (e questo è da sempre il primo collante che fa intravedere una comunità). E allora: se il confine tracciato dalla Legge è considerato da molti un ambiguo limite valicabile per necessità come portato della povertà; l’immaginario di riferimento impeccabilmente configurato (la tv e il calcio, le fiction e i tg) resta molto simile a ogni altro contesto sociale contemporaneo, sottolineando un sottile e in-consapevole discorso pasoliniano operato dal film.
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I De Serio, insomma, partono da un impeto etico non lontano da quello di Jia Zhang-ke in Still Life: riprendono il Platz prima dell’apocalisse, per catturarne una memoria-in-immagine che resista al tempo. Certo: il loro è un filmare (ancora troppo) ingabbiato in piani fissi, privo dell’irruenza sovversiva di Wang Bing o del lirismo improvviso di Lav Diaz (strane assonanze con il bellissimo MGA ANAK NG UNOS, UNANG AKLAT), perché qui l’intento palese è “solamente” testimoniare una condizione umana azzerando il più possibile ogni mediazione estetica (a parte forse il bel pedinamento del bambino-nelle-macerie che apre e chiude il film). Ma c’è anche tanto altro. Oltre ogni discorso sociologico evidentemente intuibile e oltre un approccio registico forse un po’ troppo controllato rispetto alla calda materia da aggredire, i De Serio ci lasciano negli occhi immagini singole di rara potenza. Il “concerto” finale delle ruspe è una straordinaria configurazione del nostro tempo, che inabissa ogni contingenza legata al Platz e ci consegna urgenti quesiti universali. Un’immagine-pensiero che configura le macerie del doloroso e dignitoso passato di una comunità, ma nel contempo l’inquietante desiderio nascosto in “molta Italia”: un’immagine che mette allo specchio il nostro Paese e ci interroga come cittadini di quest’epoca. Ecco allora, la bellezza del film sta tutta in questa dialettica tra campi lunghi e dettagli: ogni campo lungo sulla Storia (e sulle storie) trova il suo controcampo in un primo piano insistito di un volto o in un dettaglio ricco di pathos. Perché è in quel frame che prende forma il ricordo, ed è lì che il cinema deve investire oltre il tempo e le incertezze.