I sogni del lago salato, di Andrea Segre

Arriva in sala il nuovo lavoro di Andrea Segre, presentato lo scorso agosto a Locarno, a due anni da Indebito, il documentario realizzato con Vinicio Capossela, che affrontava il dramma della crisi greca di taglio, addentrandosi nel milieu musicale di una Atene ferita, raccontata attraverso la rinascita del rebetiko.

Il viaggiatore-documentarista prende la volta del Kazakistan, per raccontarne l’espansione legata al petrolio e le strane conseguenze di questo arricchimento, che spacca il Paese tra chi è salito sul treno del progresso e chi rischia di esserne tagliato fuori per sempre.

Un discorso che il cineasta approccia richiamandosi all’analoga esperienza del boom economico italiano, intessendo un dialogo a distanza tra il materiale girato oggi in Kazakistan e i filmati recuperati dall’archivio Eni: passato e presente sono montati con campi e controcampi, raccordi sull’asse che abbattono le barriere spazio-temporali, viaggiando dall’entusiasmo degli operai italiani, da Chioggia a Enna, cui il petrolio regalava il benessere agognato, verso il sogno di questo paese in trasformazione, che brama l’Occidente e i suoi totem.

Non siamo lontani dalle “montagne” di Jia Zhangke”, dal suo meraviglioso e struggente racconto del sogno infranto del popolo cinese, e certe immagini, come quelle delle auto libere di correre in questi spazi immensi, ancora deserti, ricordano da vicino le scorribande di Zhao Tao (che con Segre ha lavorato in Io sono Li…) e dei suoi due innamorati in Mountains May Depart, alla vigilia del millennio, col richiamo seducente dell’America al ritmo di “Go West”.

Ma raccontare il passato è, per Segre, anche una questione squisitamente intima, personale. Ecco allora che al materiale d’archivio pubblico si somma quello privato, con i filmini di famiglia in Super8, a cui aggiungere pensieri come un diario segreto, in un’operazione niente affatto distante dall’emozionante Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, ricondotta però qui a un più ampio contesto generazionale.
Eppure, queste riflessioni non inficiano l’apertura dello sguardo: è il viaggio a dettare la mèta, non il contrario. Accade allora di guardare un’alba sulla spiaggia e pensare a Nanni Moretti e al suo Ecce Bombo: altri Super-8, altri racconti che racchiudono l’esperienza privata in quella generazionale e fanno saltare ancor di più i già flebili margini che dividono sociale e individuale, realtà e finzione.