I villani, di Daniele De Michele

Una frase fa da filo conduttore al documentario di Daniele De Michele (in arte Donpasta, Dj, scrittore e attivista del cibo) e Andrea Segre (regista documentarista che ha al suo attivo titoli come Io Sono Li e La Prima Neve): la pronuncia niente di meno che il leggendario vignaiolo dell’oltre Po Lino Maga proprio nel finale: “La tradizione è Storia, senza Storia non c’è commento…”. Potrebbe essere il manifesto programmatico dei nuovi resistenti che, sull’esempio di Terra Madre di Ermanno Olmi e sospinti dal soffio del respiro bucolico di Franco Piavoli, portano avanti una coltivazione naturale degli alimenti e una cucina familiare in cui qualità fa sempre rima con gusto e rispetto dell’ambiente.
Una giornata dall’alba al tramonto, un gruppo di “villani”, contadini, pescatori, allevatori che da Nord a Sud condividono la stessa passione per la Natura e lo stesso amore per le antiche tradizioni culinarie.

C’è Totò contadino-filosofo di Alcamo che produce grani duri antichi siciliani, che sottolinea il paradosso che quasi tutti i preparati tradizionali sono fuorilegge; ci sono a Taranto Santino e Michele pescatori con le nasse e allevatori di cozze che affermano nella loro fatica quotidiana il desiderio di libertà e indipendenza da ogni padrone; anche Modesto e Brenda, nel Sannio in Campania, caparbiamente portano avanti il loro allevamento di mucche e capre tra burocrazia soffocante ed epidemie nel bestiame; infine Luigina vede la propria realizzazione di donna non nell’ambito domestico ma nel continuare a credere nella “sua” terra in Trentino, nelle sue pecore, nei suoi semi non ibridi che possono riprodursi nella loro biodiversità.
Un Quarto Stato anacronistico ma rivoluzionario nella fede nella Natura, nella solitudine del giusto che lotta contro l’omologazione, la globalizzazione, la spietata legge del mercato. Il comune denominatore è una luce viva degli occhi che a volte si trasforma in commozione realizzando la eccezionalità delle proprie imprese, a volte si vela di lacrime pensando agli animali morti o al rischio di non tornare a casa per il mare in tempesta. Totò si esibisce con i suoi stornelli alla chitarra ma suggerisce, con l’ironia della rima baciata, la lenta dissoluzione di un piccolo mondo antico spazzato via dal capitalismo d’assalto della modernità.
De Michele riprende da lontano questi istanti di vita contadina con la leggerezza e il rispetto di un quadro impressionista: sono pochi i primi piani e quando uno dei protagonisti, colto dal magone, abbandona la zona delle riprese, la macchina da presa rimane ferma, cogliendo la sacralità del momento. Il filosofo Totò diventa anche antropologo e dimostra il teorema per cui per potere fare bene il proprio mestiere bisogna sapere relazionarsi con la gente: non si può pensare al futuro senza guardare al passato, l’esperienza dei padri e dei nonni diventa un testimone da passare di generazione in generazione. Il filo nascosto che tiene insieme questo precario ecosistema nazionale è il perfetto montaggio di Donatella Ruggiero che raggiunge il suo culmine nella scena in cui la vecchina prepara la pasta al ritmo di una musica extradiegetica.

Se la terra aspetta solo l’uomo per potere essere coltivata, è vero che le politiche moderne sembrano averla dimenticata, come semi gettati al vento che non trovano l’humus dove proliferare. E se dovessimo ripartire proprio da qui per ricostruire il Paese? De Michele e Segre sembrano schierarsi apertamente con questo gruppo di resistenti, di Don Chisciotte travolti dal vento dei mulini: l’uomo non è soltanto ciò che mangia ma anche cosa coltiva. Forse dobbiamo sostituire i MasterChef con gli EcoChef?

Regia: Daniele De Michele
Distribuzione: ZaLab
Durata: 83′
Origine: Italia, 2018

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