IFFR 2023 – Come pecore in mezzo ai lupi. Intervista a Lyda Patucci e Isabella Ragonese

Regista e interprete sono a Rotterdam per presentare il loro thriller, e ci parlano del film e del lavoro fatto insieme per raccontare il personaggio in maniera fisica e interiore insieme

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Lyda Patitucci, Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli sono a Rotterdam per presentare il primo lungometraggio della regista ferrarese, un riconoscimento importante, che prende il titolo da un importante passo della Bibbia tratto dai Vangeli di Matteo: “Il riferimento alla Bibbia del titolo è un po’ il gioco del senso, è contestuale al tema, perché da un lato c’è una percezione della religione che usano i personaggi abbastanza distorta. Poi per me il significato profondo di essere pecore in mezzo ai lupi è che sei spacciato! E questa è un po’ la sensazione che io ho non solo per i personaggi ma anche per gli esseri umani. Poi all’interno di questa assenza di luce, c’è la speranza delle relazioni, di aprirsi all’altro, e nel momento in cui c’è questa possibilità, in cui si vede ed si ci rende disponibili a questo, allora c’è un futuro. L’incontro con la bambina è la chiave della speranza. Nel titolo c’è anche racchiuso un senso profondo che io ho cavalcato, perché questa è una scelta originaria di Filippo Gravina che è lo sceneggiatore. Ci siamo specchiati in questa visione”.

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Per Isabella Ragonese la novità di un ruolo poco ordinario nel cinema italiano, quello della poliziotta infiltrata, con delle sfumature e delle caratteristiche quasi fumettistiche: “La grande occasione di interpretare questo personaggio quando mi è stato proposto è che era una sfida, sicuramente rara per il nostro cinema, sia per la mia storia, è un personaggio che non mi era mai capitato di indagare, un soggetto particolare su cui lavorare per me. Mi sono molto affidata alla sceneggiatura, a Lyda che aveva le idee molto chiare. Penso che nei film si instauri un rapporto di fiducia, soprattutto quando fai dei salti nel vuoto, quindi più che riferimenti esterni, mi sono proprio affidata alla storia e più che in altre occasioni a un lavoro più fisico. Tu hai rilevato dei tratti quasi fosse un personaggio disegnato da fumetto, dietro c’era un lavoro fisico, per trovare quella forma, quella presenza fisica, quell’energia anche trattenuta, sempre sul punto di scoppiare e anche la tensione del dover nascondere. Perché è sempre un doppio pensiero, quello che devo far vedere e quello che penso. Ho trovato molto interessante questo lavoro sul reprimere e mostrare quello che passa per la testa di Vera, però non troppo da essere scoperta. Un’altra difficoltà era legata all’avere molte scene in una lingua che non conosco”.

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Come pecore in mezzo ai lupi è un film ibrido, contaminazione di vari generi, altra caratteristica insolita alle nostre latitudini e che guarda all’estero, in un momento in cui il settore produttivo sembra sempre più interessato ad esplorare tematiche nuove e nuovi punti di vista, come ci dice la regista. “Il film è di genere ibrido che è un’idea molto europea, io amo la cinematografia di questo tipo, francese, spagnola. Purtroppo un meccanismo principale, quello della prevaricazione e della violenza, muove gli step della nostra società e secondo me diventa imprescindibile indagarlo, è una cosa molto distante dal mio essere, quindi mi affascina, perché non la capisco, non la comprendo, è una necessità proprio di entrarci dentro. Anche riconoscendola come una pulsione forte dell’essere umano, come tutte le pulsioni forti, positive o negative. In una società nostra o in una realtà nostra, che non voglio dire che sia meno interessante di quella di altre nazioni, però la quotidianità ha delle caratteristiche tutte standardizzate, ripetute, viste, raccontate. Questo in me parte già da spettatrice, dal mio gusto e diventa una necessità espressiva. Adesso in Italia per questo genere di film c’è più apertura, c’è più voglia di toccare più punti nel pubblico, per riconquistare il pubblico, che ha una secchiata di prodotti da tante parti”.

La costruzione dei personaggi è stata parte fondamentale del film, che ha richiesto tempo e soprattutto fiducia e collaborazione. “Le scene le abbiamo pensate per essere poi liberi di interpretarle”, ci dice la Ragonese. “Studiare tecnicamente quasi come una coreografia le scene di azione non è un limite anzi è uno strumento per l’attore per essere libero dal pensare e riuscire a essere dentro la scena. Quindi è un film su cui abbiamo lavorato molto prima, c’è stata una preparazione prima del girato che mi ha aiutato tantissimo per poi riempire emotivamente, da attore, quelle scene”. Sullo stesso tema interviene anche la regista che sottolinea l’importanza del coordinamento e della condivisione: “Abbiamo fatto del lavoro assieme, e va perfettamente in linea con questa ambivalenza del genere ibrido, perché da un lato hanno fatto una preparazione sul fisico che li ha portati ad essere come quel personaggio strutturalmente, muscolarmente. C’era tutta una preparazione tecnica di coreografia, di movimento, che ci serviva anche per essere a nostro agio e rendere credibili e fattibili queste cose, un coordinamento utile anche per potersi alleggerire di quelle situazioni, perché poi l’aspetto dell’umanità di questi personaggi è sempre stato quello che abbiamo cercato più nel profondo, il lavoro che abbiamo cercato di fare è quello di andare dentro questi personaggi e capire quali fossero le loro motivazioni, anche senza doverle raccontare. Il vissuto te lo porti dentro, non è che ogni volta lo manifesti. Questo lo cerchi anche nelle piccole cose, nei piccoli gesti, nei modi di muoverti, io questa trasformazione l’ho vista, l’ho assistita, è una cosa molto forte, iniziano a vivere questi personaggi. Questa è l’essenza del film stesso”. A chiudere l’intervista è Isabella Ragonese che ci racconta del suo metodo e della grande fortuna di poter fare un lavoro cosi bello: “Dentro di noi c’è una struttura così complessa che in realtà tutti i personaggi che interpretiamo già ci sono, il lavoro dell’attore è proprio quello, di cercare e poi un po’ come chi usa il mixer, si alza il volume da una parte e si abbassa sull’altra, in un campionatore ideale tuo, cerco sempre di rifarmi a sensazioni che ho vissuto, a qualcosa che già c’era in me, probabilmente esagerato. Però i personaggi non me li porto dietro, faccio un lavoro che ti porta a riflettere sulle cose, e questa è una grande fortuna. Non è solo che le pensi, in qualche modo le vivi sulla tua pelle, e sono momenti di riflessione non mentale ma quasi fisica“.

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