Il bene comune, di Rocco Papaleo
Smussa tutti gli angoli, rinunciando alla complessità. Inefficace nella commedia, lo è anche nel dramma e del cast emerge solo Vanessa Scalera
La commedia sembra vivere una fase di stagnazione, imbrigliata nelle logiche di un cinema che sente il dovere di confrontarsi con le grandi tematiche con la pesantezza che richiedono. È la crisi della risata, l’epoca del “fa ridere, ma anche riflettere”, con la necessità di separare chiaramente i due atti, come se l’uno non potesse essere conseguenza dell’altro. E anche Il bene comune, nuovo lungometraggio di e con Rocco Papaleo, rimane allora impantanato in un simile schema: tramite il sorriso prova a conquistarti, tramite il dramma ti spinge a “pensare”. A perdere allora è il valore stesso della commedia, incapace di bastare a se stessa e di smuovere quindi da sé le coscienze o quantomeno le emozioni di chi la guarda.
Papaleo veste i panni di Biagio, una guida turistica che, in compagnia del nipote Luciano (di cui è anche allenatore di atletica), accompagna per un’escursione sul massiccio del Pollino un gruppo di detenute, giunte quasi alla fine della loro pena: Samanta, Gudrun, Fiammetta ed Anny. Ad organizzare il tutto è Raffaella, attrice di scarso successo che tiene un “laboratorio sensoriale” alle ragazze. Attraverso una cornice che guarda (all’italiana) a La dea dell’amore di Woody Allen, scopriamo il loro passato, con flashback che, alla lunga, prendono il sopravvento sulla narrazione principale.
Proprio questo è il problema più grande di Il bene comune. Con il trascorrere dei minuti infatti, l’insistenza sul passato delle ragazze – la suddetta componente drammatica – disinnesca qualsiasi interesse nei confronti della storia iniziale. Non ci importa allora dell’esito dell’escursione (didascalico viaggio-metafora in cui liberarsi dei propri traumi ascendendo); non ci interessano davvero i pensieri di Luciano, che non ha le idee chiare sul suo futuro quando tutti gli altri lo spingono verso strade che lui non vuole percorrere; men che meno ci conquista la relazione sentimentale che sboccia tra Biagio e Raffaella – interpretata da Vanessa Scalera, la più in palla in un cast tutt’altro che perfetto.
Ci si concentra con insistenza solo sul passato delle detenute, donne che sì, hanno sbagliato, ma che in fin dei conti lo hanno fatto solo per ricercare un meritato riscatto, prive di alternative. Meritano una seconda possibilità al di là del loro passato, di perdonarsi e ricominciare una nuova vita. Su questo siamo d’accordo ed è necessario ricordarlo, ogni tanto. Ciò è vero però in ogni caso e non soltanto, come qui sembra trasparire, quando si tratta di persone con alle proprie spalle storie commoventi.
Il bene comune smussa qualsiasi angolo, rimuove ogni ambiguità. Punta su una tesi, che dimostra solo privandola di qualsiasi complessità. Rinuncia alla commedia, con lo stesso Papaleo relegato ai margini della vicenda, perché un simile tema merita la dignità che apparentemente è attribuibile esclusivamente al dramma. Non riesce però ad essere davvero neanche quello, muovendosi solo nel territorio della pietosità. E francamente, con tutta la simpatia nei confronti dell’attore/regista lucano, se tira il freno a mano sul piano comico, il suo, per accelerare al contrario su una strada che non gli è davvero congeniale, il risultato non può certamente essere dei migliori, anche con tutte le buone intenzioni.
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Regia: Rocco Papaleo
Interpreti: Rocco Papaleo, Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano
Distribuzione: PiperFilm
Durata: 103′
Origine: Italia, 2026






















