Il caso Pantani, di Domenico Ciolfi

Ascesa, caduta e mistero sulla morte di una leggenda dello sport: la storia di Marco Pantani non potrebbe essere più cinematografica. O forse sarebbe potuto esserlo perché il ciclista romagnolo è stato sì interprete di una delle più grosse imprese esperibili nel mondo delle due ruote, la prestigiosa doppietta del 1998 Giro d’Italia – Tour de France ma non ha mai dato continuità al suo talento, troppo “injury prone”, come direbbero nel basket statunitense per indicare la fragilità muscolare e psicologica di uno scalatore così smilzo ed allo stesso tempo così feroce. Il Pirata insomma è stato amato sia per le vittorie ottenute sia per quelle perse, rubategli da un destino dove colpa personale e altrui hanno avuto in fondo lo stesso insopportabile peso. Il caso Pantani di Domenico Ciolfi manca però quasi completamente questo importante aspetto oseremmo dire filosofico della vicenda preferendo concentrarsi nelle oltre due ore di durata sui recenti sviluppi giudiziari. Un docudrama quindi pensato e scritto con l’evidente intenzione di rendere giustizia all’uomo e allo sportivo, più attento al risvolto processuale che al ripensamento narrativo di una storia umana così ricca di contrasti. Domenico Ciolfi sembra rivolgersi agli ancora numerosissimi fan dello scalatore badando alla creazione di un’opera audiovisuale che si snoda tra inserti dell’epoca (alcune delle imprese testimoniate dalle tv), messa in scena finzionale di fatti personali (la gelosia verso la fidanzata storica Christina Jonsson, l’assunzione di droghe) e soprattutto la ricostruzione storica delle verità taciute attorno ai due momenti più importanti del caso Pantani. Il riferimento è naturalmente alla manomissione del test anti-doping svolto all’Hotel Touring di Madonna di Campiglio durante il Giro del 1999 che comportò l’espulsione del capitano della Mercatone Uno in un’edizione fino a quel momento stradominata e la morte avvenuta il 14 Febbraio del 2004, ufficialmente catalogata come suicidio. Su questi due aspetti il film riesce a rendere conto del grande lavoro documentale svolto in fase di scrittura riuscendo a portare alla conoscenza dello spettatore fatti sorprendenti e spesso ignorati dalla grande stampa.

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Ma come succede spesso nei troppi misteri irrisolti del Belpaese Ciolfi si fa prendere da una certa tentazione complottista additando ad esempio nel caso della provetta adulterata la longa manus della camorra per guadagnare sulle scommesse illecite derivanti dall’esclusione di un vincitore considerato poco remunerativo.

Le immagini shockanti di apertura del film, che mostrano il viso del ciclista macchiato di sangue e con tumefazioni che sarebbe stato molto difficile auto-infliggersi, potevano essere la base di intuizioni audiovisuali su cui costruire un’opera volutamente ambigua e non così quadrata come invece vuole essere. A mancare ne L’omicidio di un campione, come recita lo schierato sottotitolo de Il caso Pantani è proprio l’epica del racconto sportivo, il gusto estetico per sforzi titanici di uomini che superano continuamente i loro limiti fisici per arrampicate con pendenze del 20 per cento. La scelta del regista di lasciare il ciclismo come contesto e non come testo si spiega probabilmente con la personalizzazione della vicenda di cui Marco Pantani è continuamente forza centripeta e che si traduce nella scelta di farlo interpretare da ben 3 attori diversi ossia Brenno Placido, Marco Palvetti e Fabrizio Rongione. Il film non lesina infatti sugli aspetti problematici del carattere del ciclista di Cesenatico: il tormentato rapporto con Candido Cannavò, deus ex machina de La Gazzetta dello Sport e conseguentemente del Giro d’Italia finanziato dal quotidiano sportivo rosa, l’impossibile pacificazione con le due donne importanti della sua vita, la frustrazione verso l’unico vero amico Jumbo a cui Libero De Rienzo dona la sua eterna faccia da schiaffi, ed infine il rapporto con le droghe. Forse su quest’ultimo punto la scelta di sposare il punto di vista della madre, molto presente in scena e portatrice di una visione etica tipicamente familiare, induce ad una certa deresponsabilizzazione sulla caduta verso il mondo della polvere bianca, vissuto più come conseguenza di cattive compagnie che come individuale modo di sfuggire alle immense pressioni mediatiche. In una sequenza in questo senso molto esplicativa ad un certo punto campeggia sul muro bianco della sua ricca casa il chiaro j’accuse scritto dallo stesso Pantani in un macabro rosso sangue “A Madonna di Campiglio mi hanno fregato“. Nessun referente preciso, soltanto la generica presa d’atto di essere avverso a qualcuno di molto potente e sottilmente diabolico.
Il caso Pantani, ad oltre 20 anni da quel fatto e nonostante la sua precisione fattuale non riesce a rendere contezza della fragilità del mito, troppo generoso verso sé stesso e troppo avaro di attenzioni altrui. Gli scartafacci continuamente consultati dall’avvocato interpretato da Francesco Pannofino continuano a restare muti su questo lato della Storia.

Regia: Domenico Ciolfi
Interpreti: Marco Palvetti, Francesco Pannofino, Emanuela Rossi, Fabrizio Rongione, Libero De Rienzo, Gianfelice Imparato, Brenno Placido, Giobbe Covatta, Domenico Centamore, Marco Boriero, Alessandro Lui, Michele Abbondanza
Distribuzione: Koch Media
Durata: 90′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)

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