Il cinema breve di animazione di Simone Massi

La memoria “epica” delle piccole cose laconiche e umili è il cuore del corpus di titoli che Simone Massi ha dedicato agli avi e alla sua terra d’origine, le Marche, inesauribili fonti di ispirazione

di Carmen Albergo

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Nello stesso anno del quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini e del 120° anniversario della nascita del Cinema, il tentativo è quello di non limitarsi ai tributi di repertorio, bensì di stimolare l’approccio ragionevole ad una problematizzazione della memoria viva dell’uno e dell’altro.
Provare ad intendere, mutuando certe nozioni del suo “Cinema di poesia”, un’impostazione creativa (ri)posta ai vertici dell’arte cinematografica contemporanea tout court; una eccezione ed eccezionalità concreta, che si vuole immaginare non sarebbe affatto sfuggita agli occhi desiderosi dell’amante-militante di una ancora incorrotta continuità di valori, Resistenza, storie inattuali e fuori dalla Storia, quale è il cinema breve di animazione di Simone Massi.
Immemoria (1995), il suo esordio, già manifesto spontaneo di tecnica scopica (zoom in piano sequenza), esposizione narrativa (la messa nell’abisso di segno e sogno, il bianco e il nero) e non di meno già di intensità e responsabilità d’intenti: affondare con lo sguardo in un battito di ciglia, sino a dilatarlo, nei successivi Niente (1996) e Adombra (1999), a precipizio sull’anima.

E pur non sarebbe utile, l’intuizione di una chiave di lettura, se non vi fosse anche già una porta da varcare: la pubblicazione Nuvole e mani. Il cinema animato di Simone Massi, a cura del critico Fabrizio Tassi (Minimum Fax 2014). La raccolta abbraccia la filmografia di Massi e su Massi (la docu-intervista Animata resistenza dei registi Alberto Girotto e Francesco Montagner) corredata da contributi critici e omaggi di spicco. Ciononostante è per il lettore come una conchiglia dischiusa, da cui solo la mano dell’anima-narra-tore può trarre perle, quali la riflessione lucida e divagata sulla genesi dei propri lavori, anticipato da un Glossario di termini – visioni, percezioni figurate, in linea di principio rapportabili proprio a quell’impossibile “Dizionario dell’autore cinematografico”, invocato da Pasolini, a legittimare il cinema nella sua purezza comunicativa.
Ipotizzando un patrimonio di archetipi mimici e visivi, pre-grammaticali e pre-Massi_ammazzare_maialemorfologici, comune a tutti gli uomini, sognatori, reminiscenti, in dialogo continuo con le infinite immagini significanti della realtà (dagli oggetti ai volti, dai gesti ai silenzi) Pasolini dichiara che, a differenza dello scrittore, il cineasta pesca dal caos, necessariamente soggettivo, ciò che sovviene come mera possibilità e ombra, e solo dopo una prima qualificazione linguistica può darsi all’elaborazione stilistica. La medesima doppia operazione confidata in prima persona da Simone Massi: seguire un sentimento-guida in un caleidoscopio di forme mutevoli, appuntare parole e immagini, incidere la loro fisicità onirica nella materia pittorica, per portare alla foce un fiume di memorie.

La memoria “epica” delle piccole cose, laconiche e umili, è il cuore del noto corpus di titoli che Simone Massi ha dedicato agli avi e alla sua terra d’origine, le Marche, inesauribili fonti di ispirazione. Io so chi sono (2004), scrive la mano dell’uomo-spirito-comunità, che impugna la valigia dei ricordi, sino all’infanzia, dove giacciono la solitudine e la pena segreta de La memoria dei cani (2006), il turbamento incompreso e scacciato da un bisbiglio Dell’ammazzare il maiale (2011). Irriducibile, Tengo la posizione (2001), sempre, scortato dal rosso dell’ardore, in attesa e in difesa del coraggio di perdersi negli ideali, che sia lotta per la libertà di ieri o per la dignità senza compromessi di oggi. Nel saper rendere l’ineffabilità dello smarrimento dell’uomo e del tempo, scosso e perso nell’irrazionalità del viaggio interiore, sta la piena rivalsa della poesia, così come Pasolini l’aveva nettamente distinta dalla prosa narrativa, anche su grande schermo.

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Per questa ed altre ragioni Simone Massi realizza “il sogno di (più di) una cosa”. Porta a compimento anche il paragone con la scrittura, ravvisando le sue rime visive nella forma poetica breve dell’Haiku: soggetti semplici, eppure pindariche sintesi esistenziali. Nuvole, mani (2009), che colgono il profumo dell’erba, dei panni stesi sul limen tra cielo e terra… “straziante, meravigliosa bellezza del creato”, è il testamento mistico pasoliniano in, non a caso, Cosa sono le nuvole? (1967).
E non sono forse l’animazione per antonomasia? risponde Simone Massi, nel dialogo ideale tra poeti e militanti, ognuno a suo modo, che sin qui si è voluto tracciare. E non può che esserlo, Massi, un interlocutore privilegiato, lui che nella sua opera forse più nota, Venezia/Massi (2012), indossa il cielo del cinema come un mantello, con l’audacia di uno stile unico, che lo stesso Pasolini non avrebbe esitato a definire originale sintagma della lingua-poesia cinematografica.

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