Il cinema secondo me: la nuova raccolta di scritti di Truffaut
La nuova pubblicazione del Saggiatore raccoglie articoli e recensioni del cineasta e critico francese per la rivista Arts negli anni Cinquanta: ritratto appassionante di uno spettatore
La nuova raccolta degli articoli scritti da François Truffaut nel periodo trascorso presso la redazione della rivista Arts, prima di intraprendere la carriera da cineasta, intitolata Il cinema secondo me (tradotta in italiano da Valeria Lucia Gili e edita dal Saggiatore), offre un appassionante ritratto del critico francese, generoso negli elogi dei suoi film preferiti così come assolutamente spietato nelle stroncature delle opere da lui più disprezzate.
Attraverso la lettura di più di un centinaio di recensioni e saggi, si scoprono i più grandi “amori” del Truffaut spettatore, come Roberto Rossellini e Alfred Hitchcock (di cui elogia, in particolare, la sua attitudine “crudele” nella recensione de La finestra sul cortile), ma anche le più sonore e cocenti delusioni, che riguardano autori solitamente considerati “intoccabili” quali Vittorio De Sica, John Ford e John Huston, tutti commentati dal critico con un’onestà e una spontaneità che quasi spiazzano per la dirompenza delle valutazioni.
Si assiste, quindi, al ridimensionamento di film come L’oro di Napoli, del quale Truffaut commenta così le intenzioni di De Sica e Zavattini: “Zavattini ha visto Napoli da turista e De Sica ce la mostra come guida; ignoriamo il turista e non seguiamo la guida. Se ora sembra che stia ponendo il dibattito su un piano quasi morale, è perché si è dato troppo peso agli slogan sul ʻcuoreʽ di De Sica, sulla sua ʻbontàʽ. De Sica non ha capito nulla di Napoli, eppure la bontà è innanzitutto comprensione. Ciò che rende insopportabile la visione dei film di Zavattini-De Sica alla sensibilità di certi spettatori è l’attitudine che adottano verso i loro personaggi. De Sica, è evidente, non disdegna nessuno e crede senza dubbio di voler bene a tutti, ma la sua doppia posizione di turista e di guida, la sua incomprensione, trasformano a sua insaputa questo amore in disprezzo.”
Ma non mancano nemmeno i complimenti ai cineasti considerati, dal critico dei Cahiers du cinéma, come i più importanti del suo tempo, tra cui il già citato Hitchcock, ma anche Robert Bresson e Carl Theodor Dreyer, di cui scrive in questa maniera a proposito di Ordet – La parola, nella sua recensione pubblicata su Arts nel gennaio del 1956: “Ogni immagine del film è di una perfezione formale che raggiunge il sublime, ma Dreyer è senz’altro più di un artista ʻplasticoʽ. Il ritmo è molto lento, la recitazione degli attori ieratica, e sia questo ritmo sia questa recitazione sono estremamente controllati: non un centimetro quadro di pellicola è sfuggito all’occhio vigile di Dreyer. Con l’eccezione di Charlie Chaplin, che è l’unico cineasta al mondo a potersi permettere il lusso di ricominciare più volte i suoi film e di spalmarne le riprese su più di un’annata, Carl Dreyer è attualmente il regista più esigente, i cui film, una volta terminati, si avvicinano di più a quello che erano nel cervello di chi li ha concepiti.”
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A emergere maggiormente tra le pagine di Il cinema secondo me, più che le idee al centro dell’incombente generazione di cineasti della Nouvelle Vague, è dunque l’assoluta passione del François Truffaut spettatore, che, proprio come qualsiasi cinefilo che si rispetti, non esita a esporre le sue opinioni su ciò che ha visto sullo schermo, suscitando nel lettore un desiderio quasi incontenibile di riscoprire i film che hanno fatto la storia della settima arte.


























