Il clan, di Pablo Trapero

Con Il clan il cinema di Pablo Trapero sembra approdare ad una piena maturità. Al solido impianto della sceneggiatura si accompagna una scrittura ineccepibile che si confronta con i generi del noir e del thriller, pur restando il film la rievocazione di un fatto accaduto durante gli anni della dittatura militare in Argentina.

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Arquimedes Puccio fa parte dei servizi segreti. Questo gli permette una buona protezione e una sufficiente libertà di iniziativa. Approfittando della situazione politica organizza dei rapimenti coinvolgendo in questa attività criminale tutta la famiglia. Il figlio Alexander, promessa del rugby e l’altro figlio Maguilla che dopo la fuga in Nuova Zelanda torna a casa animato da rinnovato spirito, la moglie che prepara da mangiare per i rapiti e si avvale della silenziosa complicità delle due figlie e di due loschi personaggi che eseguono il lavoro più sporco. I loro obiettivi sono persone danarose in grado di pagare somme elevate per il riscatto. Il pagamento però non evita la morte alle persone rapite. I Puccio saranno catturati dalla polizia e il capofamiglia, vera mente dell’organizzazione, negherà ogni responsabilità fino alla morte.
il clan traperoTrapero, che per adesione ai fatti, cala questa storia dentro al clima politico di quegli anni ne fa il frutto deviato della protezione di cui godevano i personaggi che facevano parte degli oscuri apparati di potere. Non vi è dubbio che i Puccio hanno potuto agire indisturbati grazie alle numerose coperture di cui hanno goduto.
Ma esiste un altro profilo nel film che va approfondito. Ancora una volta il cinema del sud America si confronta con la propria storia, con una memoria scomoda, con un passato che oggi forse i giovani non vogliono neppure ricordare. Questo confronto parte da una integrale riproposizione, all’interno delle dinamiche che appartengono ai protagonisti della vicenda, degli stessi meccanismi e degli stessi effetti che abbiamo imparato essere propri delle dittature. L’esercizio del potere che pratica Arquimedes Puccio nei confronti dei suoi familiari e del figlio Alexander in particolare, non è dissimile da quanto accade tra lo stato dittatoriale e i suoi cittadini. Il regime di terrore che i Puccio impongono alle proprie vittime e la loro eliminazione premeditata riproduce i meccanismi di terrore praticati dai servizi nei confronti dei dissidenti e quale forma di assuefazione ad un potere che non può essere discusso. Vista sotto questa luce l’operazione di Trapero sembra riprodurre l’operazione che già appartenne a Pablo Larrain con il suo Tony Manero, primo film della trilogia dedicata al Cile della dittatura. Il suo personaggio, in quel caso con una dose di maggiore ed esplicita affermazione, era la dittatura in atto e ne riproduceva gli effetti trasformando la vicenda in limpida metafora.
Peter Lanzani Stefanía Koessl Il clan Pablo TraperoIl clan riporta alla memoria quell’impianto e con una trasversalità non casuale ce lo confermano anche le parole dello stesso autore quando definisce i fatti della famiglia Puccio un sintomo della politica del regime di quegli anni.
La scrittura di Trapero non si limita quindi ad una rievocazione pura e semplice di fatti, ma si arricchisce dei tratti del cinema di genere. Una insistita oscurità in cui si muovono i personaggi, il clima di tensione che si respira tra le pieghe di questa vicenda che porta con se i caratteri di una maledizione originaria che sembrano tutti disegnati sul volto di Alexander, costituiscono caratteri sufficienti a fare riconoscere nel film non solo l’intenzione di guardare con originalità narrativa alla storia recente dell’Argentina, ma anche di volere realizzare un’opera che prenda le distanze da una mera rievocazione dei fatti con tutti i giudizi negativi che ne conseguono. In altre parole il cinema di Trapero non è soltanto cinema politico, ma ha la giusta ambizione ad essere qualcos’altro.

guillermo francella il clan pablo traperoUn’operazione questa che gli ha consentito di trasformare in plasmabile materia narrativa un fatto di cronaca, El clan non vuole saltare la rievocazione storica della vicenda, non vuole neppure disperderne la carica metaforica e simbolica, ma si converte in un prodotto di genere, senza mai tradire gli intenti originari e anzi accentuando le sue caratteristiche che appaiono mimetizzate sotto la forma del noir maledetto che è l’aspetto più evidente del film. Quindi un’operazione complessa che è ripagata dalla linearità consequenziale da cui il film è caratterizzato e dall’appassionante ricerca della verità che coinvolge lo spettatore sin dalla prima immagine accompagnandolo fino all’ultima.

Titolo originale: El clan

Regia: Pablo Trapero

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Interpreti: Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lilli Popovich, Gaston Cocchiarale, Giselle Motta, Franco Masini, Antonia Bengoechea, Stefania Koessl

Distribuzione: 01 Distribution

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Durata: 108′

Origine: Argentina/Spagna 2015