Il club dei 27, di Mateo Zoni

L’ opera lirica è un posto dove un uomo viene pugnalato e, invece di morire, canta. Dietro la freddura di Leopold Fechtner è nascosto il fascino di un’arte mai scalfita dal tempo. Mateo Zoni, classe 1979, già autore del pregevole Ulidi piccola mia (2012), utilizza la formula ibrida docu-fiction per raccontare la storia di Giacomo Anelli, un quattordicenne melomane che vuole entrare nel club dei 27, ovvero un cerchio ristretto di persone appassionate della musica di Giuseppe Verdi e che impersonano una delle 27 opere del maestro.


Aiutato dalla fotografia di Daniele Ciprì che innesta molte immagini di repertorio dei più prestigiosi teatri (Alla Scala, il Teatro Regio di Parma, La Fenice, l’Arena di Verona, Il San Carlo di Napoli, Il Massimo di Palermo), Mateo Zoni riesce nell’intento non solo di omaggiare Verdi ma di trasformare il sogno proibito di un ragazzino in un apologo sul potere consolatorio della musica. Nella prima parte seguiamo Giacomo nei suoi tentativi di farsi ammettere nel club prestigioso nonostante la bassa statura. Parallelamente seguiamo i primi passi della biografia del grande maestro parmense: i suoi inizi come organista, il genio precoce, la morte dell’amatissima sorella (che ritorna in forma di fantasma), i rapporti controversi con la religione, la bocciatura al Conservatorio di Milano, i trionfi e i fiaschi di fronte all’esigente e competente pubblico del Teatro Regio.
Nel materiale di repertorio dell’Istituto Luce, montato con esperienza da Andrea Maguolo e Fabio Ricci, sfilano tra i più importanti interpreti nella storia della Lirica: Franco Corelli, Giuseppe Taddei, Beniamino Gigli, Renata Tebaldi, Anna Moffo, Maria Callas e Mario Del Monaco.

Quando viene intervistato, Giacomo mostra una competenza mostruosa sulla materia: sa tutto sulla biografia del maestro, discute sulle differenze tecniche tra soprano e tenore, sottolinea la diversità tematica-compositiva tra Verdi e Wagner, e come novello critico musicale attribuisce il successo del grande compositore italiano a una origine popolare della sua ispirazione. Un ponte tra alto e basso che rende la musica di Verdi trasversale e universale e che dà la carica al giovane melomane per scalare i gradini che lo portano nelle segrete stanze di Aida, Giovanna D’Arco, e La Traviata.
La formula di commistione tra realtà documentaria e materiale finzionale consente allo spettatore di prendere le misure di un mondo particolare che ha nella leggerezza e nella gentilezza le note predominanti, contro l’insopportabile frastuono della modernità. La musica accompagna le immagini dal primo all’ultimo minuto: c’è tutto il repertorio più popolare (il Va Pensiero, Dies Irae Libera me, Marcia Trionfale, Amami Alfredo in versione techno, Libiamo ne’ lieti calici) ma il momento più toccante è l’Addio del Passato intonato da una anziana ospite della casa di riposo Giuseppe Verdi a Milano. Nel timbro della voce e dietro gli occhiali scuri si intravedono i bagliori di un periodo memorabile, un tempo sognato che bisognava sognare.
Giacomo riprende la sua lotta per diventare uno dei 27 tra le forme di parmigiano e i cori dei ragazzini (Ars Canto di Gabriella Corsaro) che cantano Rossini (Quando ero paggio del Duca di Norfolk e Duetto buffo di due gatti): un segno di continuità per il futuro. Giacomo accende la radio e le note musicali hanno il potere di fermare la partita di calcetto. Dietro il trucco e la mimica del melodramma sta la magia della realtà mascherata nella finzione, “con il sorriso sulle labbra e la morte nel cuore”. Poi arriva un altro grande parmense, Arturo Toscanini, dopo i titoli di coda, all’ultimo fotogramma. Silenzio.

Regia: Mateo Zoni
Interpreti: Giacomo Anelli, Irene Carra, Noa Zatta
Origine: Italia, 2017
Distribuzione: Istituto Luce/Cinecittà
Durata: 63′