"Il compagno americano", di Barbara Barni


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Il compagno americano è un ossimoro, una contraddizione in termini, un'unione di opposti, e a livello teorico esprime bene il senso dell'operazione della Barni: un divertissment appunto, espresso a livello di battuta, come in un gioco di parole. Se infatti il protagonista dell'opera (un regista italiano che, durante il fascismo, ha l'idea di girare il primo film italiano a colori e che, insieme alla sua troupe, scambia una spia sovietica con un tecnico cinematografico americano) si ritrova ad inventare/scoprire la modernità del cinema non nel colore, ma proprio nell'uso delle location e nell'impressione di realtà non più simulabile, è anche vero che tutto ciò non viene mai davvero espresso in un'enunciazione visiva forte, ma sempre come filtrato da ridondanti sottolineature verbali, incapaci di farsi immagine. Così ad esempio, la sequenza dell'arrivo dell'emissario del partito comunista francese in Italia si riduce ad una sorta di teatrino delle parti, in cui la componente macchiettistica prende sempre il sopravvento (il fuori set è una sorta di sfilata regionale di caricature che soffocano i corpi, riducendoli appunto a macchie di colore indistinto), senza riuscire mai a catturare la reale essenza del racconto. In questo senso si ha sempre l'impressione di trovarsi all'interno di un meccanismo automatico (peraltro anche preciso nella sua calligrafia attraversata qua e là da intenti quasi grotteschi) del tutto privo di cuore, in cui i corpi (con in testa quello della Brilli, ma anche quello di Base) restano come imbalsamati in una riproduzione di loro stessi attraverso la storia, mai liberi di vivere un set peraltro fasullo, che avrebbe l'ambizione di scartare di almeno due livelli (per l'appunto quello del film e quello del film nel film). Così anche la sequenza forse più libera e aperta dell'opera (quella dell'apertura della valigia del tecnico/spia francese che contiene una bandiera rossa e un volantino), capace di alludere ad un fuoricampo soltanto accennato, resta vittima di un tempo della messinscena che si alimenta di blocchi come separati, vittime di uno sguardo che manca di intensità e di passione.


Regia: Barbara Barni
Sceneggiatura: Barbara Barni
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio: Adriana Tagliavia
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Enrica Barbano
Interpreti: Hugh O'Connor (Hogan), Nancy Brilli (Lilian Grey), Tosca D'Aquino (Zina), Giulio Base (Mainardi), Augusto Zucchi (Salvi), Franco Diogene (Carboni)
Produzione: Enzo Gallo Per Metropolis Film
Distribuzione: Minerva
Durata: 100'
Origine: Italia, 2003

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