"Il datore di lavoro ha una responsabilità nei confronti dei lavoratori"- Incontro con Ken Loach

 Presentato oggi a Roma, La parte degli angeli, il nuovo film di Ken Loach, premio della giuria all'ultimo Festival di Cannes. Il cineasta inglese ha risposto alle domande dei giornalisti al cinema Quattro Fontane, riaffronta in parte la "questione Torino" e racconta il processo creativo del film

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Si è molto parlato della questione di Torino. Qual'è la sua posizione a riguardo?

 

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È importante ottenere un premio da un Festival come quello di Torino e mi è dispiaciuto non poterlo accettare ma c'era una questione di principio tra noi: riguardava la questione dell'esternalizzazione del lavoro al museo del cinema. Il 10 Agosto i direttori del museo mi hanno scritto una mail in cui dicevano che sapevano che la situazione dei lavoratori era delicata e che avrebbero fatto di tutto per migliorarla. La questione dunque è stata già sollevata in estate, il punto era che i lavoratori esternalizzati avevano dei salari molto bassi che sono stati tagliati ulteriormente. Inoltre cinque lavoratori sono stati lincenziati per motivi non equi. La differenza tra la posizione del museo e la mia e di molti altri è che per me il datore di lavoro ha una responsabilità nei confronti dei lavoratori, che siano estrenalizzati o meno mentre il direttore ha scritto che il museo non può essere ritenuto responsabile per il comportamento di parti terze e che non ha diritto di intervenire tra membri esterni e azienda. Non siamo d'accordo dunque. Mi è dispiaciuto che qualcuno abbia rivolto insulti verso ciò che stavamo facendo, io sarei andato al Festival a presentare il film ma hanno ritirato l'invito. L'importante, comunque, non è che io vada o meno ad un festival ma che le persone perdano o meno il proprio posto di lavoro.

 

 Questo film rivela un Ken Loach insolito, c'è una forte ricerca di leggerezza e ironia. È una nuova via quella della commedia sociale ad happy end?

 

Il film precedente era molto duro e con Paul Laverty (sceneggiatore) abbiamo pensato fosse ora di sorridere. Volevamo raccontare la storia di quelle persone che non hanno un lavoro né un futuro ed è nostra esperienza che le avversità producano commedia. Anche nelle circostanze più disperate le persone ridono, è un modo per esprimere umanità e solidarietà. Non ci interessava presentare i personaggi come vittime, perchè per le vittime si può provare pietà ma non si sente vicinanza. Abbiamo pensato che, se il pubblico si fosse affezionato al lato comico dei personaggi, sarebbe entrato con più facilità nell'aspetto tragico della storia. La comicità non è un extra, non è lo zucchero per addolcire la pillola ma fa parte dell'umanità comune che vogliamo condividere. Le storie a volte finiscono bene, volte male: la commedia, in fondo, è una tragedia con un finale felice.

 

Lei da sempre si occupa di cinema sociale , perchè negli anni il cinema ha perso questa funzione e qual'è la sua nozione di realismo?

 

Ci sono molti registi interessati a quello che succede nel mondo ma, rispetto agli anni 60, lo spirito è diverso. Ora il film dipende dal mercato, i registi devono essere anche imprenditori e molti trasformano le loro idee in ciò che il mercato desidera. Questo non significa che non ci sia attenzione per il sociale, ogni settimana ci sono cineasti che si rivolgono a noi chiedendoci come poter realizzare un'idea ma spesso non dipende da loro ma da chi finanzia il film, diciamo che i meccanismi di finanziamento non sempre riescono a trasporsi in cinema. Per quanto riguarda il realismo, per me è molto difficile parlarne. Possiamo avere un realismo nella presentazione superficiale dei fatti o una ricerca sociale più accurata. Ci sono film che hanno un aspetto molto autentico ma le idee che contengono non sono così profonde. È molto pericoloso parlare di realismo in maniera superficiale.

 

 Nei suoi 45 anni di carriera il mondo è molto cambiato, ha vissuto momenti di difficoltà, come regista di film, in questi anni?

 

Si, ci sono stati molti momenti difficili. Il periodo più duro fu quando salì al governo Margaret Thatcher: avvenne qualcosa di talmente estremo che con sapevo come rispondere a livello cinematografico. In pochi mesi eravamo arrivati a milioni di disoccupati, le fabbriche chiudevano e i sindacati venivano portati a scioperi che non potevano vincere, la situazione era incontrollabile. Preparare un film di finzione è un processo molto lungo ed in quel momento, in mezzo alla tempesta, decisi di fare dei documentari rivolti a questioni politiche. Ne ho fatti sei attraverso una società televisiva: quattro sono stati completamente banditi ed uno non è stato mandato in onda. Così mi sono fatto una brutta reputazione, di qualcuno che voleva fare film che nessuno avrebbe trasmesso. Fortunatamente, dopo un po' di tempo, ho avuto la possibilità di fare un nuovo film.

 

 Tornado al film. La parte degli angeli mescola grandi professionisti ed attori che vengono dalla strada che hanno storie simili a quelle dei personaggi che interpretano. Che lavoro ha fatto per mescolare professionisti e non?

 

La sfida era trovare persone a cui il pubblico avrebbe creduto, che incarnassero verosimilmente i personaggi della sceneggiatura. Laverty ha incontrato per primo Paul Brannigan, l'interprete di Robbie, il protagonista, successivamente l'ho conosciuto anche io. Paul ci ha raccontato che aveva avuto un'infanzia molto difficile: a 13 anni era un senza tetto e da adolescente era stato in prigione. Attraverso questo film è riuscito a cambiare la propria vita, si è impegnato molto da subito, sin dalle prime audizioni. Abbiamo fatto più di dieci provini e ogni volta dimostrava di essere più bravo. Alcuni attori del film hanno una grande esperienza, altri meno. Gary Maitland, il ragazzo che interpreta Albert, ha partecipato a due dei nostri film precedenti ma lavora nella nettezza urbana. Noi trattiamo tutti nello stesso modo, attori professionisti e non, sin dai provini facciamo in modo che tutti abbiano la stessa qualità del lavoro. Lavorare con gli attori è molto stimolante, ti stupiscono aggiungendo la la loro creatività a ciò che è scritto in sceneggiatura. Per questo noi iniziamo a fare le riprese dall'inizio della storia e finiamo quando la storia termina: questo ci permette di non perderci nulla, neanche le piccole sorprese che un attore può riservare. Se filmi la fine all'inizio non puoi scoprire nulla perchè hai il finale bloccato.

 

Il film parla molto di whisky, lei è un appassionato?

 

Si mi piace il whisky, la sua fragranza, ma, non ditelo agli scozzesi, preferisco un bicchiere di vino!