Il diritto di uccidere, di Gavin Hood

«Hai mai sparato un missile?» «No, sono sempre stato solo un “occhio”.» – Due piloti americani ne Il diritto di uccidere

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«La storia delle battaglie è innanzi tutto quella della metamorfosi dei loro campi di percezione.» – Paul Virilio

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Partiamo da qui. Questa celeberrima frase di Paul Virilio (scritta non a caso in un saggio del 1989 chiamato Guerra e Cinema) fotografa ancora perfettamente la complessità del nostro tempo. Perché nel panorama mediale in cui viviamo ogni dinamica di potere si instaura e si frantuma attraverso l’approvvigionamento e l’utilizzo di immagini che creano sentimenti e rivoluzioni, controrivoluzioni e terrore, indignazione e anestesia percettiva. I tanti eventi, lontanissimi, di quest’estate 2016 (dalle strade degli Stati Uniti al tentato colpo di stato in Turchia, dalla guerra in Siria all’instabilità in Libia) lo dimostrano evidentemente. E i campi di percezione disegnati dalle immagini virali diventano anche il cuore dell’odierna e perturbante guerra al terrore: per questo i dispositivi di visione e di controllo che “producono” ogni immagine e la condividono in tempo reale diventano il centro di ogni riflessione contemporanea.

Il diritto di uccidere1Poteva il cinema esimersi da tali ragionamenti? Poteva la prima immagine-in-movimento della storia sottrarsi da tali riflessioni così urgenti? Ovviamente no. E che li si guardi come ennesimi tasselli di un granitico dispositivo ideologico o come un’utilissima riflessione che tenda a produrre pensiero tra le immagini (probabilmente sono l’una e l’altra cosa, è questa la grandezza del medium-cinema: un film supera sempre ogni discorso-sul-film), opere come Nessuna verità, Zero Dark Thirty o Good Kill diventano appunto degli atipici war movie senza war, dove il “campo” trasmigra di schermo in schermo e dove l’approvvigionamento di immagini e la difficile interpretazione delle stesse segna il destino di ogni “battaglia”. La lotta al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, in questi film, diventa una serrata battaglia di campi di percezione e non a caso il titolo originale del nuovo film di Gavin Hood (Eye in the Sky) appare molto più contemporaneo del pur azzeccato titolo italiano (Il diritto di uccidere). Le immagini sono armi: ecco che il pilota di droni Watts dice apertamente di non aver mai sparato un colpo, perché è sempre stato solo “un occhio”.

2Veniamo al film. In perfetta coerenza con la sua filmografia passata il regista sudafricano ci propone una sorta di fusione tra i precedenti Rendition (i limiti etici della legge messi a dura prova in questa guerra al terrore) ed Ender’s Game (i dispositivi di controllo e la gamification dell’esperienza come nuova frontiera del visibile). Lo spettatore si trova sballottolato in uno spazio intermedio tra una base militare britannica nella contea del Surrey dove agisce il colonnello interpretalo da Hellen Mirren; il quartier generale dell’esercito a Londra dove il generale interpretato da Alan Rickman (purtroppo al suo ultimo film) negozia con le alte sfere della politica ogni mossa da fare; la base aeronautica americana in pieno deserto del Nevada (la stessa di Good Kill) dove il pilota interpretato da Aroon Paul guida il suo “occhio nel cielo”; l’unità di analisi immagini a Perl Harbor dove si cerca perennemente una “conferma”; infine l’unità speciale keniana che opera in incognito (con lo straordinario Barkhad Abdi di Captain Phillips).

eyeintheskyIl film azzera le distanze e in campo contro-campo inabissa i tantissimi display creando una war room virtuale che coinvolge sempre più persone, dove la responsabilità dell’atto di guerra e delle sue conseguenze sul campo si colora di mille sfumature che bloccano ogni decisione in una impasse etica. Perché c’è ancora una traccia di “reale” che preme su quelle immagini, a Nairobi, in Kenya: ossia il teatro di questa operazione congiunta che serve a spiare la riunione segreta di una organizzazione terrorista e catturare occidentali radicalizzati come una cittadina britannica. La “tecnica” divora ogni fuori-campo, droni di ogni genere e grandezza (piccoli anche come un calabrone) entrano nelle case, spiano e forniscono immagini virali. Ma se la tecnica ha invaso ogni campo del sensibile rimane pochissimo spazio all’umano per inserirsi: spazio decisivo però, quello della responsabilità.

eye3Ecco allora: la cosa che il film disegna benissimo è l’essere diventati tutti “spettatori” delle nostre azioni contingenti, come se ci dovesse essere perennemente uno “schermo” che ci fornisca immagini e dati senza più un fuori-campo dove riflettere. Questa pressione domina il film è gli concede un fascino perturbante che per più di un’ora regge benissimo sia a livello puramente spettacolare sia a livello di sacrosanto interrogativo etico. L’immagine, la sua diffusione istantanea, la sua sempre più difficile interpretazione, il suo costante debito nei confronti delle “cose del mondo” e la nostra cronica incapacità di sentire veramente i fenomeni, insomma tutti quesiti che il film pone bene e che i protagonisti avvertono come forte dilemma morale. Gavin Hood orchestra un war-movie-social dove ogni persona coinvolta condivide le sue informazioni e attende le notifiche dagli altri, mentre il “mondo” svanisce nelle pieghe di una proliferazione di schermi ma ci pone ancora un dilemma di una grandezza titanica: in quella casa ci si sta preparando per un attentato potenzialmente devastante, bisogna colpirla dall’alto con un drone? E la morte possibile di una bambina venditrice ambulante (ignara di tutto) può o non può fermare l’attacco dal cielo? È un “accettabile” danno collaterale?

271A3738.jpgDissidi tra militari e politici, consulenze giuridiche, limiti personali e caratteriali, la propaganda come spettro incombente, insomma un abisso etico tutto contemporaneo causato paradossalmente dalla sovrabbondanza di informazioni. Il diritto di uccidere è un film importante e a suo modo riuscito. L’unico problema, allora, è che pian piano questa materia così densa e complessa incatena la narrazione in caratteri fissi come in un teorema che porta dritto a un finale sin troppo “urlato”. Eccolo allora l’unico limite: Hood non si fida sino in fondo del suo film e ammanta la parte finale di eccessi retorici che rischiano una pericolosa estetizzazione del dramma, che forse doveva coerentemente restarsene nel fuori-campo per favorire il pensiero. E per far “sentire” le durissime conseguenze etiche di ogni atto nella coscienza di uno spettatore attivo che possa produrre riflessioni autonome. Ma tant’è: il sol fatto di averci posto degli interrogativi così urgenti nella lotta a ogni estremismo, immergendoci in un meccanismo narrativo solido e coerente, fornendoci uno spaccato credibile dell’abisso morale che si annida nella “perfezione” di ogni tecnica, rende comunque questo film un interessantissimo terreno di confronto. Quel che ci fa piacere, allora, è che il cinema rivendichi e salvaguardi ancora il dubbio etico di ogni imperfetto occhio umano al di là di ogni perfetto e anestetico eye in the sky.

 

Titolo originale: Eye in the Sky

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Regia: Gavin Hood
Interpreti: Helen Mirren, Alan Rickman, Barkhad Abdi, Aaron Paul, Ian Glen
Distribuzione: Teodora Film
Origine: Gran Bretagna, 2015
Durata: 102′