Il documentario su Assange verrà distribuito negli USA

L’arrivo nelle sale nordamericane di The Six Billion Dollar Man è l’occasione per tornare a dibattere sulla posizione spinosa del giornalismo investigativo mondiale, e quindi della libertà di stampa.

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Dopo lo strano ritiro last-minute dal Sundance era prevedibile che il destino di The Six Billion Dollar Man sarebbe stato travagliato, perlomeno quanto il suo soggetto. Qualche mese dopo l’anteprima nella sezione Special Screenings al 78° Festival di Cannes, la più recente fatica di Eugene Jarecki ha una prospettiva di approdo in sala. Dopo la vittoria dell’Œil d’or e del primo Golden Globe della storia per il migliore documentario, il film era infatti scomparso tra i timidi strascichi del discorso che aveva acceso. Ora che Watermelon Pictures ha acquistato i diritti per la distribuzione statunitense, è il momento giusto per fare il punto su quei discorsi che erano stati abbandonati mesi fa, ma che invece sono necessari.

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Si tratta dell’ultimo capitolo di un lungo percorso di Jarecki, un monito esteso sui pericoli del potere: in The House I Live In aveva svelato la più lunga e fallimentare guerra degli Stati Uniti, quella contro la droga; ha descritto il coinvolgimento del complesso militare-industriale statunitense nella discesa verso la guerra con l’Iraq in Why We Fight; e non si è tirato indietro neanche di fronte alle responsabilità politiche individuali con The Trials of Henry Kissinger Reagan.

Il titolo del suo ultimo lavoro è un riferimento alla cifra che il governo americano era disposto a pagare a quello ecuadoregno di Lenin Moreno pur di avere Assange. Infatti, The Six Billion Dollar Man è un docu-thriller spionistico sulla tortuosa battaglia legale del celebre giornalista investigativo e cofondatore di Wikileaks, libero da ogni restrizione solo dal 2024. Tra l’asilo politico di sette anni nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e il successivo arresto per cinque anni, Assange si trova attualmente in Australia. E, malgrado la timidezza (per essere buoni) del coinvolgimento del suo paese nella vicenda, la sua ritrovata libertà segna la fine di una lunga caccia all’uomo tra Svezia e Stati Uniti per l’estradizione.

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Ciò che ha acceso, invece, è un ritrito ma centrale dibattito sulla libertà di stampa. Una libertà che, nel mondo, è sempre più minacciata, come rivelano i dati del 2024 World press freedom index di Reporters without borders. Il caso di Assange è da sempre in bilico: c’è chi sostiene la sua attività, sottolineando come la pubblicazione dei documenti sia di interesse pubblico e concentrandosi sulla strumentalizzazione politica delle accuse di spionaggio; al contrario, c’è chi pone l’accento sulla riservatezza di quei documenti, e sui numerosi limiti infranti che assottigliano il confine tra ciò che è lecito giornalisticamente e ciò che non lo è.

 

Il suo rilascio è avvenuto a seguito di un accordo di colpevolezza con le autorità statunitensi. Eppure, anche se “il patteggiamento evita il peggio” – come sottolinea Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute della Columbia University – “prevede che Assange sia condannato a 5 anni di prigione per attività che i giornalisti investigativi svolgono tutti i giorni“. La paura diffusa è che si configuri come un pericoloso precedente.

Nonostante l’enorme complessità della questione (qui trattata a grandi linee), la risoluzione accontenta tutti. L’ammissione di colpevolezza fornisce agli Stati Uniti quantomeno la garanzia che le loro accuse rimarranno nella storia come fondate, e la condanna dell’attivista ad una pena detentiva rafforza l’idea. Al contempo, la libertà di cui Assange è tornato a godere contribuisce a mettere la sordina alle critiche rivolte a Washington di applicare un doppio standard in tema di giustizia e libertà di espressione. Le autorità britanniche, infine, dal canto loro, sono riuscite a evitare di decidere su un’estradizione che – al di là del dato giuridico – avrebbe comunque posto delicati problemi politici e che in varie occasioni si era dimostrata fortemente divisiva sul piano interno.

È con questi discorsi che il frenetico documentario di Jarecki catapulta lo spettatore nel vortice del whistleblower che ha polarizzato l’opinione pubblica globale. La sua vicenda, che non ha risparmiato nessun presidente (da Trump a Obama e Biden), è il risultato di una campagna di pressione internazionale che ha coinvolto attivisti, politici e numerose organizzazioni per i diritti umani. Ma ad oggi preme più che mai sottolinearne l’urgenza, in un’epoca in cui la libertà di stampa è minata proprio dai primi che dovrebbero esserne i garanti: le autorità politiche.

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